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Banca Etruria, dalla crisi alla vendita?

Sarebbero otto le manifestazioni di interesse giunte negli ultimi giorni sulle scrivanie dell’ufficio di Roberto Nicastro, presidente della good bank Banca Etruria: manifestazioni che, con diverse caratteristiche, puntano a rilevare l’istituto di credito e le altre tre banche oggetto di precedente salvataggio (CariFerrara, CariChieti, Banca Marche). Ma cosa è successo alle aziende confluite nella good bank? Cerchiamo di compiere un ripasso sulle precedenti puntate, e comprendere che cosa potrebbe ora accadere a Banca Etruria & co.

Banca Etruria

Banca Etruria, o Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, è un istituto di credito popolare presente nel Centro Italia. Fondata nel 1882, assume l’attuale denominazione solo nel 1988, quando la Banca Popolare dell’Etruria e la Banca Popolare dell’Alto Lazio si fondono per porre le basi di un ulteriore sviluppo nell’Italia Centrale. Quotata in Borsa nel 1998, l’azienda è stata commissariata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze con decreto n. 45/2015, su proposta della Banca d’Italia.

La proposta di amministrazione straordinaria è stata formulata dopo una serie di accertamenti ispettivi che avevano fatto emergere gravi perdite patrimoniali, dovute alle rettifiche sul portafoglio di crediti, consistenti in un passivo di 526 milioni di euro, in crediti in sofferenza per 2 miliardi di euro, in crediti in incaglio per 800 milioni di euro. Il titolo Banca Etruria, in Borsa Italiana, verrà sospeso il giorno successivo alla proposta, e non sarà più riammesso.

Banca Etruria commissariata

Il discusso decreto del 22 novembre 2015 è il provvedimento normativo che ha posto fine alla lunga fase di crisi di Banca Etruria e delle altre tre banche commissariate. Il provvedimento si è reso di fatto necessario per evitare il loro definitivo “fallimento”, che sarebbe stato evidentemente molto dannoso non solamente per i dipendenti e per i risparmiatori, quanto anche per l’intero sistema finanziario.

Banca Etruria cosa è successo

Il salvataggio è avvenuto attraverso il c.d. “bail in“, di ispirazione (e introduzione) europea, che prevede il salvataggio di una banca attraverso l’utilizzo dei soldi degli investitori, invece dei fondi statali (bail out). In seguito al bail in, le “vecchie” banche sono state sostituite con nuove aziende di credito “ripulite” dalle parti malate dei propri bilanci (le c.d. “good bank”), che hanno potuto operare normalmente, garantendo una continuità operativa nei confronti di soci, dipendenti, clienti, stakeholders. La parte “malata” è invece confluita nelle c.d. “bad bank”, ovvero strutture nate appositamente per poter permettere la gestione dei crediti inesigibili, con presumibile vendita a “sconto”.

Banca Etruria rimborsi

Come intuibile, il processo di cui sopra non è avvenuto senza patemi d’animo, preoccupazioni e critiche. Il bail in, per sua stessa natura, prevede infatti il parziale sacrificio dei fondi dei risparmiatori. E così, anche se è vero che nessuna delle persone che aveva depositato i risparmi sui conti Banca Etruria, o che aveva investito in prodotti finanziari “ordinari”, ha perso un euro, lo stesso non si può certamente dire nei confronti di tutte quelle persone che avevano investito i propri risparmi nei due prodotti interessati dalla “sforbiciata”: le azioni della Banca, e le obbligazioni subordinate.

Come intuibile, aver subito delle perdite (anche ingenti) sul proprio portafoglio, ha condotto i risparmiatori interessati dal bail in a muovere verso lidi non proprio bonari. Alcuni risparmiatori hanno infatti accusato le banche di averli sostanzialmente truffati, avendo pertanto sottoscritto le azioni e le obbligazioni subordinate dietro “costrizione”, o come merce di sostanziale “scambio” per l’ottenimento di un prestito o di un mutuo. Altri ancora hanno sostenuto di aver conseguito una scarsa consulenza dai gestori di Banca Etruria, che avrebbero venduto i titoli in questione assicurando della loro assoluta bassa rischiosità. Insomma, un mare di situazioni specifiche anche molto diverse tra di loro, che hanno poi reso molto difficile cercare di supportare in maniera omogenea una parziale risoluzione dei pregiudizi sofferti dai clienti di Etruria.

C’erano altri modi?

Probabilmente, per salvare le banche interessate dal bail in esistevano ulteriori strade di maggiore o minore soddisfazione per i singoli risparmiatori. Non è tuttavia detto che le strade alternative sarebbero state identicamente soddisfacenti per il sistema finanziario italiano nel suo complesso e, soprattutto, in linea con le indicazioni comunitarie.

Il metodo più pregiudizievole, che si è cercato di evitare, è stato sicuramente quello più radicale e sbrigativo: dichiarare fallite le banche sarebbe infatti stato molto dannoso per le parti non interessate dal bail (dipendenti, fornitori, ecc.) e per gli stessi risparmiatori interessati dal bail in, che probabilmente avrebbero subito conseguenze perfino più negative di quelle subite in seguito al decreto salva banche.

Naturalmente, un’altra soluzione alternativa al bail in sarebbe stata quella del bail out. Ovvero, come sopra già ricordato, cercare un salvataggio con un intervento statale, come più volte accaduto in passato, quando i problemi di alcuni istituti di credito sono stati risolti con il denaro pubblico. Un sistema che, tuttavia, oltre a non essere più gradito alle indicazioni europee, ha in passato più volte contribuito a far lievitare il debito pubblico. Ed è proprio il ricorso troppo facile al bail out che ha convinto l’Unione Europea ha varare la BRRD, la Direttiva che introduce il contestato bail in.

Cosa prevede la BRRD

Su cosa preveda la BRRD, in parte si è già detto. La Direttiva prevede infatti che le banche in crisi siano salvate principalmente con il coinvolgimento degli investitori privati, e non con i soldi dello Stato. Il meccanismo alla base potrebbe essere inusuale (perchè una banca in crisi deve essere salvata con i soldi di chi vuole investire in essa, anche se non è socio?), ma in realtà abbastanza spiegabile nella volontà, dei legislatori europei, di poter responsabilizzare maggiormente tutti i soggetti che investono nella banca, al di là della loro partecipazione al capitale societario.

Ma si poteva ancora usare il bail out?

Una critica molto frequente all’utilizzo del bail in è rappresentata dall’evidenza che, in fondo, il governo italiano avrebbe potuto risparmiare molte polemiche e turbolenze utilizzando i soldi pubblici, attivando il bail out. O, meglio, che avrebbe potuto utilizzare il bail out quando le nuove norme non erano ancora entrate in vigore. In realtà, anticipare la risoluzione delle crisi delle banche in questione agendo con i soldi pubblici non sarebbe stata una soluzione affatto facile e, probabilmente, conveniente: al momento dell’apice della crisi di queste banche, infatti, lo spread era superiore a 400/500 punti, rendendo praticamente impossibile per il governo reperire le svariate decine di miliardi di euro utili per poter ricapitalizzare il sistema finanziario. A ciò si aggiunga anche un motivo più politico-economico: per anni i banchieri hanno ripetuto che il sistema bancario era solido e non aveva bisogno di salvataggi, e l’Italia avrebbe avuto ogni interesse a dimostrare che, in effetti, era proprio così.

Banca Etruria news

Ricordato quanto sopra, si può tornare al presente, e al prossimo futuro a breve termine. Pare infatti che circa otto banche e altre società (principalmente, assicurazioni) siano interessate a mettere le mani sugli asset “puliti” di Banca Etruria & co. E che, nei prossimi giorni, arriveranno le lettere ufficiali di impegno. Per il momento, non ci si può dunque che accontentare dei rumors: Ubi potrebbe puntare a Carife, mentre su Etruria ci sarebbe Bper,che però potrebbe contemporaneamente puntare anche su Banca Marche. Carichieti rientrerebbe invece nel mirino di Banca Popolare di Bari. Sarà così?

Sull'autore

Roberto Rossi

Perito Informatico ma appassionato del trading online con i CFD. Mi occupo di stesura articoli sul trading online, CFD e forex.

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