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Banca venete: alla fine paga Pantalone

Lo scandalo delle banche venete ha avuto l’epilogo più scontato, visto che siamo in Italia. Tutte le norme sono state calpestate completamente e a pagare sarà lo Stato, cioè i contribuenti italiani, i più tartassati d’Europa.

Che cosa è successo nel dettaglio? E’ successo che le due banche venete in dissesto, Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, sono state acquistate dal fondo Atlante. Anzi, più che acquistate, hanno dissanguato completamente il fondo che era nato per risolvere il problema delle sofferenze bancarie in Italia.

Malgrado la ricapitalizzazione massiccia effettuata dal Fondo Atlante, i problemi delle due venete sono rimasti, anzi probabilmente sono ulteriormente cresciuti. Il problema è che si tratta di banche che sono state gestite in maniera truffaldina per anni: i prestiti facili ad amici e amici degli amici e le assunzioni altrettanto facili sono state la regola per decenni.

Di solito si rivolgevano a queste banche coloro che non avevano sufficiente merito creditizio per ottenere il prestito presso altre banche. In cambio, una parte del denaro ottenuto doveva essere investito in azioni della stessa banca.

Ovviamente chi ha ricevuto questo denaro si è guardato bene dal restituirlo (con la complicità probabilmente dei gli impiegati e dei dirigenti della banca) e alla fine si è pensato bene di consegnare la rogna al fondo Atlante. Ma non è bastato. Dopo aver bruciato quasi 5 miliardi di euro il fondo Atlante, finanziato da Banca Intesa e Unicredit soprattutto, ha dovuto tirare i remi in barca. La montagna di sofferenze delle due venete non poteva essere smaltita e l’Europa, giustamente, premeva per l’applicazione delle regole del bail in.

In Italia si pensa al bail in come ad una sorta di punizione dantesca mentre è una procedura equa. Il bail in, infatti, prevede che i costi di un salvataggio bancario vengano sopportati, nell’ordine, dagli:

  • Azionisti
  • Obbligazionisti subordinati
  • Obbligazionisti senior
  • Conti correnti per la quota superiore ai 100.000 euro

Le obbligazioni subordinate, proprio perché hanno un rischio maggiore, vantano di solito tassi di interesse molto elevati.

Nel caso delle banche venete, però, si è deciso di non percorrere la strada del bail in: le attività sane saranno scorporate e assegnate ad una good bank che Banca Intesa otterrà per appena 1 euro. Addirittura, Banca Intesa ha preteso che lo Stato garantisse il capitale aggiuntivo per acquisire queste attività senza fare aumenti di capitale. Un vero e proprio salasso per le casse pubbliche.

Ovviamente la bad bank sarà interamente a carico dello Stato, che dovrà quindi soffrire perdite probabilmente superiori a 10 miliardi. Intesa ha fatto un affare? A prima vista sì, visto che ha ottenuto la parte sana del sistema bancario veneto per appena 1 euro. Tuttavia bisogna considerare che questo implica il prendersi in carico anche del personale: gli impiegati di Popolare di Vicenza e Veneto Banca hanno vinto la lotteria, visto che potranno mantenere i loro privilegi questa volta a carico di Banca Intesa. Non è un caso che nessuna banca estera ha manifestato interesse per acquistare la good bank. Avere a che fare con i sindacati italiani non è mai un affare.

Inoltre c’è da dire che Intesa ha subito un salasso da diversi miliardi di euro a causa della partecipazione nel Fondo Atlante, subito svalutata e che oggi non vale assolutamente nulla.

La soluzione migliore sarebbe stata applicare il bail in, facendo pagare quindi gli obbligazionisti che hanno incassato ricche cedole proprio perché si trattava di un investimento rischioso. Ma evidentemente sono amici o amici degli amici, non si potevano colpire. A pagare saranno quindi i contribuenti, il conto sarà almeno di 12 miliardi di euro ma probabilmente sarà molto ma molto più alto.

Sull'autore

Gennaro Parisi

Laureato in Economia e Commercio all'Università di Bari nel 2003, appassionato di finanza, di politica e di economia.

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