Immaginate lo stupore delle persone che entrando in un negozio di giocattoli, hanno potuto vedere i contenuti di una confezione di Lego già montati ed in movimento, semplicemente ponendoli di fronte ad uno schermo.
Si tratta di nuove applicazioni riferite ad un concetto tutt'altro che recente e anzi, che ha ormai quasi 20 anni: l' "augmented reality". Questa "realtà allargata" consiste nel sovrapporre alla realtà percepita in un certo momento, una realtà digitale. In questo modo si "aumenta" la percezione mixando al mondo reale oggetti virtuali creati da un computer.
Se negli anni '90 questo si pensava fosse possibile attraverso i caschi virtuali come per "Il Tagliaerbe", oggi gli strumenti che consentono di farlo sono molteplici: non solo i chioschi come quelli della Lego, ma anche i cellulari di ultima generazione come l'iPhone.
Da: www.casaleggio.it/2009/11/augmented_reality.php
La Rete, intesa anche come fenomeno sociale, sta mettendo in luce tutti i limiti degli attuali modelli pubblicitari, che risultano in buona parte inadeguati a questo ambiente. Per questo è necessario tornare reinterpretare i fondamentali della pubblicità in funzione di presupposti diversi emersi grazie a Internet.
Un elevato numero di esperti del settore è concorde nel ritenere che gli attuali canali di comunicazione pubblicitaria si stanno avviando verso una saturazione e che la loro capacità di coinvolgere il pubblico stia peggiorando.
Negli ultimi anni si sta assistendo ad un cambiamento dei comportamenti di fruizione dei media: da un’indistinta audience passiva ad un’audience più partecipativa. Persone sempre più attente al modo di interagire, filtrare, distribuire e consumare i contenuti ed i messaggi attraverso modalità e canali differenti. L'industria pubblicitaria che conosciamo si avvia perciò verso un cambiamento radicale, o come sostenuto da studiosi ed analisti: The end of advertising as we know it.
Internet ha già mutato i comportamenti e le abitudini di accesso all’informazione ed è presumibile che nel giro di pochi anni farà lo stesso anche negli altri ambiti.
In questo senso. il ritardo della pubblicità on line è imbarazzate: le strategie e le tecniche di comunicazione applicate nel 2009 sono praticamente le stesse che si applicavano nel 1999.
Per gli operatori sarà perciò necessario definire nuovi modelli pubblicitari, sgombrando la mente dai successi dei meccanismi classici di comunicazione pubblicitaria, che sulla Rete, semplicemente, non funzionano.
E' logico prevedere che il rinnovamento della pubblicità online dovrà avvenire partendo dagli aspetti sociali della Rete. Da alcuni ultimi mesi si è iniziato a parlare di Social Advertising. Il primo ad impossessarsi di questo termine è stato Mark Zuckerberg, CEO di Facebook, che ha definito il Social Advertising semplicemente come l'advertising sui social network.
Questa concezione lascia perplessi: per quale ragione limitarsi a considerare il "dove" e non il "come"?
L'aspetto sociale della Pubblicità 2.0 può andare ben oltre i social network come Facebook. Il Social Advertising può rappresentare un concetto più ampio, che si contrappone alla visione tradizionale in cui la pubblicità on line è di massa, impersonale e il processo di attivazione rigido e monodirezionale.

Se riduciamo la "distanza" tra inserzionista-editore-navigatore, possiamo osservare gli attori del sistema non come entità separate, ma come elementi di un' ambiente sociale interconnesso che vede la sua evoluzione nell’autorganizzazione continua. Questo rappresenta un framework in cui si possono attuare nuove forme di creatività che operano in tutti gli ambiti del processo di comunicazione pubblicitaria, guidata dagli aspetti sociali di relazione e partecipazione.
La pubblicità on line è troppo importante per la Rete e per la crescita della qualità dei contenuti e dei servizi offerti. E’ impensabile che l’immobilismo di cui è stata vittima prosegua ancora a lungo. Il Social Advertising rappresenterà una delle principali strade per il suo sviluppo.
Articolo pubblicato su: Pubblicità 2.0: Social Advertising
I cosiddetti Two-sided markets sono reti economiche che hanno due distinti gruppi di destinatari che si scambiando benefici.
Se un gruppo mostra delle preferenze rispetto al numero di membri o alle attività dell'altro gruppo si parla di cross-side network effects. Se invece ciò che succede in un gruppo non influenza ciò che accade dall'altro, si parla di same-side network effects.
I cross-side network effects possono avere una caratterizzazione positiva (il numero di compratori e di venditori su eBay) o negativa (come la reazione dei consumatori ad un aumento di pubblicità). Anche i same-side network effects possono essere positivi (come il numero di partecipanti ai sistemi Peer-to-Peer), oppure negativi (come la presenza di più concorrenti nello stesso marketplace).
Gli intermediari che mettono in relazione i due mercati, devono scegliere il prezzo di equilibrio per ogni gruppo del two-sided network, tendendo presente l'effetto di rete conseguente.
Un esempio è quello del caso Adobe. Quando la società lanciò i due prodotti Acrobat Reader (per l'utenza consumer) e Acrobat Writer (per l'utente professionale) per leggere e scrivere i file Pdf li mise entrambi a pagamento, secondo un modello economico del tipo prezzo/quantità
[Vedi immagine in alto.
La sezione colorata rappresenta le revenue ottenute dai prezzi per la quantità.]
Nei Two-sided networks questa logica di prezzi può essere sbagliata, quando ci si rende conto del fatto che la crescita di utilizzo su un lato del network porta ad una crescita delle adozioni anche sull'altro lato.
Le curve di domanda non sono statiche: con un cross-side network effects positivo, le curve di domanda si sposteranno verso l'esterno, in risposta alla crescita della base di utenti sull'altra rete.
Quando Adobe ha cambiato la sua strategia di prezzi rendendo il suo software di lettura di Pdf liberamente disponibile, si è potuto assistere ad una delle principali regole del two-sided network: "sovvenzionando" il lato più sensibile ai prezzi si ottiene una crescita degli utilizzatori, ripagata dall'aumento verso il lato meno elastico ai prezzi, ma sensibile alla crescita di adozioni sull'altro lato.
Il grafico successivo mostra la variazione sui due lati:
(fonte:Wikipedia)
In questo caso a fronte di una riduzione a zero delle revenue del lato consumer, si è verificata una forte crescita sull'altro lato, giustificata non solo dall'aumento minimo dei prezzi, ma anche dalla variazione alla curva di domanda da parte dell'utenza professionale.
La teoria dei Two-sided markets ha trovato numerosi ambiti di applicazione teorici, dalle carte di credito ai giornali.
Ma è su Internet che questo modello può rivelarsi particolarmente efficace: l'inevitabile interconnessione tra gli attori del sistema facilita infatti lo sviluppo di proprietà emergenti, scarsamente considerate dai modelli economici classici.
Ragionare secondo quest'ottica, facilita poi la comprensione di mercati complessi con più attori. In questo caso si parla di multi-sided network. E' il caso ad esempio del sistema pubblicitario Google Adsense, che ha tre gruppi distinti di destinatari: gli inserzionisti, i publisher (blog, website, ecc.) e i navigatori.
Applicare la logica dei Two-sided markets, significa non limitarsi a considerare gli attori del sistema come entità completamente separate, ma come gruppi che possono influenzarsi a vicenda, traendone benefici.
L' analisi del futuro di Internet porta a prevedere che nel prossimo decennio, uno degli ambiti di maggior sviluppo della Rete e delle tecnologie ad esse collegata riguarderà inevitabilmente l’Ubiquitous Internet. In sintesi la possibilità di accedere a servizi e informazioni tramite device di diverso genere, senza limiti di luogo e di tempo e nella modalità appropriata al contesto. Nel corso degli anni questo concetto è stato affrontato da numerosi studiosi e ricercatori, prendendo nomi differenti in base a caratterizzazioni specifiche da: ubiquitous computing a pervasive computing, da physical computing a everyware.
Ora nel momento in cui la tecnologia è realmente pronta a seguire le motivazioni sociali ed economiche sta prendendo piede il concetto di “Internet of things", cioè la creazione di un ambiente in cui è presente una costante interconnessione tra Internet ed oggetti fisici di uso quotidiano.L'utilizzo delle tecnologie RFID (Radio Frequency IDentification) nella logistica e NFC (Near Field Communications) nei micropagamenti, sono oggi tra i primi esempi pratici delle opportunità offerte dall'Internet of Things.
Ma in un futuro non troppo lontano le applicazioni potranno spaziare in campi differenti. Si potrà ad esempio:
- Utilizzare un telefono cellulare come una carta di credito, o come un pass oppure per ottenere automaticamente informazioni da Internet sui prodotti presenti in un negozio
- Ottenere la diagnosi dei pazienti attraverso il monitoraggio in tempo reale di parametri vitali come la frequenza cardiaca, la respirazione e il tasso di pressione del sangue, attraverso sensori intelligenti indossati dal paziente senza interferire nelle attività quotidiane
- Monitorare da remoto in maniera semplice informazioni come il traffico, meteo, inquinamento delle acque, ecc.
- Far interagire gli oggetti di casa (tv, elettrodomestici, console, ecc.) con Internet e gestirli in maniera condivisa via web.
- Utilizzare nuovi device per accedere a servizi Internet senza il Pc. E' previdibile il proliferarsi di nuovi strumenti interattivi come il Nabaztag, l'ormai famoso coniglio in grado di avvisare della ricezione delle email, di leggere i feed Rss o di riconoscere gli oggetti.
Se da un lato appare utopistico prevedere le sconfinate opportunità di business e le applicazioni di uso comune, dall’altro non potranno essere sottovalutate le implicazioni etiche e sociali. Ed in particolare due aspetti meriteranno grande attenzione: la privacy e la sicurezza.
L'idea di poter essere continuamente "osservati" da qualcuno pronto a conoscere i nostri gusti e le nostre abitudini è una prospettiva che ha già creato non pochi imbarazzi nello sviluppo dell'RFID. C'è infatti chi propone di boicottare le multinazionali che fanno uso di queste tecnologie.
In questo senso il ruolo assunto dalla Commissione Europea è quello di guidare e promuovere un approccio europeo coerente, di assicurare standard comuni ed una legislazione armonizzata. Infatti appare notevole l'impegno espresso dall'UE nella definizione di una policy condivisa che consenta di garantire i diritti fondamentali delle persone, la protezione dei dati personali e la tutela dei consumatori.
[Per approfondimenti: UE - Early Challenges regarding the “Internet of Things”]
L' applicazione dei tradizionali modelli economici alla Rete risulta spesso insoddisfacente. In un ambiente in cui i costi marginali sono spesso tendenti a zero, come ad esempio il costo di duplicazione e distribuzione delle informazioni, è naturale chiedersi quali siano i migliori comportamenti da attuare e quali regole debbano essere ampliate o addirittura riviste.Chris Anderson, autore del fortunato libro “The Long Tail”, sta condividendo con i lettori del suo blog, la stesura di una nuova opera dal titolo “Free”.
Anderson, di fatto una delle più brillanti menti del Web, sostiene che il futuro della Rete sarà sempre più basato su business model che riusciranno a creare ricchezza attraverso qualcosa di "free".
Secondo le sue riflessioni è possibile distinguere due tipi diversi di economie. Una basata sugli atomi ed una sui bit. Nella “atoms economy” la maggior parte dei beni tende ad aumentare il proprio costo nel tempo. Nel mondo on line, con la "bits economy", invece le cose tendono ad essere sempre meno costose. L’economia basata sugli atomi è inflazionistica, quella basata sui bit è deflazionistica.
Attraverso i suggerimenti dei suoi lettori, Chris Anderson è arrivato a definire quattro modelli free-based:
- Free 1. Direct cross-subsidy
Si regala qualcosa con il fine di creare un mercato, puntando poi a soddisfare la domanda conseguente.
E' la tecnica utilizzata dalle compagnie telefoniche che regalano i cellulari a fronte dell'abbonamento, dagli ingressi gratuiti ai parchi giochi per i bimbi sotto una certa età e online dai bonus per la registrazione o il primo acquisto. - Free 2. Advertising-supported
Attraverso pubblicità e sponsorship, qualcuno sovvenziona qualcun'altro, che potrà godere gratuitamente dei servizi.
Nella sua connotazione più semplice è il classico modello utilizzato dai giornali, dalle televisioni ed on line dai grandi portali come Google, Yahoo! e dalla maggior parte degli editori sul web. - Free 3. Fremium
Un numero limitato di persone sovvenziona le altre. L'idea del Freemium (unione tra "free" e "premium") è quella di offrire un bene gratuitamente nelle sue funzionalità di base e di richiedere un pagamento per accedere alle funzionalità complete. Può funzionare quando per un 5% di utenti premium, il costo marginale per soddisfare il restante 95% sia vicino allo zero.
E' il sistema utilizzato sul web da alcuni editori e da servizi online come Flickr o piattaforme di blogging come Splinder. - Free 4. Gift Economy
Viene offerto qualcosa senza chiedere in cambio un ritorno monetario diretto. La cosiddetta "economia del dono" viene da tempo studiata dalla sociologia economica e trova su Internet un suo naturale ambiente di evoluzione. Stima, attenzione, reputazione e autorealizzazione, rappresentano i principali meccanismi di ricompensa che giustificano lo sforzo compiuto.
E' quello che succede nei gruppi di aiuto spontaneo e on line per i software open source e per molti blogger.
Il dibattito in Rete è aperto e non manca chi sottolinea i limiti dei modelli online free-based come l'assenza di efficacia nel breve termine, la scarsa capacità di remunerazione o la dipendenza da variabili intrinseche, come il tipo di settore in cui ci si trova ad operare.
In realtà resta che la vera intuizione di Chris Anderson sta nell'essere riuscito a porre l'attenzione su come il concetto che il "free" possa essere il substrato su cui dare vita a nuove idee.
Pubblicato su http://www.casaleggio.it/2008/10/free_economy.php
Ci sono diverse ragioni per cui l'iniziativa di Telecom "A voi comunicare" non mi convince.
Ad esempio una redazione di 15 persone per un "blog" del genere mi pare un tantino eccessiva.
Se proprio vogliamo dare lavoro a questi ragazzi io inizierei facendogli leggere le 1.400 opinioni su Telecom Italia di Ciao.com e cercando di riuscire a realizzare un servizio verso il cliente finale, se non eccellente, almeno buono.
Paul Krugman è il Premio Nobel 2008 per l'Economia.
Lui come un'altro Nobel, Joseph Stiglitz , ha la vista lunga.
Tuttavia è l'economia ad avere dei problemi. Negli anni si sono definite teorie vere, finchè restano solo teorie. Appena si confrontano con l'applicazione reale, mettono in evidenza tutti i loro limiti e la loro inattendibilità.
Che senso ha orientare il pensiero verso meccanismi che, in ogni caso, non saranno attuabili nella pratica?
In questo senso fanno riflettere le parole di Francesco Daveri, un Professore che scrive su Lavoce.info.
Altra scoperta fondamentale della teoria economica di Krugman è quella relativa alla concorrenza nei mercati globali:
"Prima dei suoi studi - spiega Daveri - l'ipotesi era che tutti i mercati fossero in concorrenza perfetta.
Krugman ha dimostrato che molto spesso sono invece oligopoli, ognuno vende un prodotto un po' differente dagli altri e questo lo rende oligopolista, anche perché i consumatori si affezionano ad alcuni beni, che comprano più volentieri.
E allora come fanno le imprese a commerciare? Questa teoria dimostra che pertanto esistono buone ragioni per specializzarsi e per commerciare con molti Paesi, e per avere economie aperte, non difese dai dazi. I gusti delle persone sono variegati, ecco perché conviene il commercio internazionale".
Le condizioni perchè i mercati siano in concorrenza perfetta sono queste:
- il bene prodotto è omogeneo;
- le imprese operano in condizione di "informazione perfetta", ossia tutti gli operatori dispongono di informazioni complete in merito ai costi di produzione, ai prezzi, ecc.
- le imprese che operano sul mercato hanno una dimensione atomica, tale da non poter influenzare in alcun modo i prezzi di vendita, e che non esistono barriere all'ingresso e all'uscita dei concorrenti;
- i fattori della produzione sono perfettamente sostituibili fra loro, ossia possono essere riallocati alla produzione di diversi beni.
Ora, se già questa teoria trovava poca applicazione pratica all'inizio del secolo scorso, figuriamoci oggi. Parlare di concorrenza perfetta è semplicemente fuorviante.
Forse l'attuale crisi potrà finalmente dare lo stimolo per abbandonare certe convinzioni e certe ipotesi totalmente irrealistiche. E' ora che i fondamentali dell'economia vengano rivisti partendo dalla realtà.
Il DISPLAY ADVERTISING nell'anno 2008, ha qualcosa di molto simile ai banner del 1996.
Pubblicità come quelle di Freelotto mortificano l'intelligenza degli utenti e lo stesso sito web su cui vengono esposte.
Quale utente potrebbe cliccare (o ricliccare) su un banner del genere?
Quale azienda vorrebbe occupare lo stesso spazio che poche pagine prima era associato a questa pubblicità?
Mostrare questo genere di informazioni commerciali vuol dire svuotare progressivamente il "serbatoio della fiducia" degli utenti.
Penso che gli editori debbano smettere di non filtrare la pubblicità sulle loro pagine.
Se non lo faranno nel lungo termine, nessuno investirà più su di loro.
Mi fa rabbia ascoltare le motivazioni che principali TG danno alla forte crisi finanziaria in corso.
O non vengono date spiegazioni specifiche o si da una impressione di ineluttabilità.
La realtà è che in questo modo si tiene sotto controllo l'opinione pubblica, o meglio l'incazzatura pubblica, e si evita di dover riscrivere alcune regole pubbliche.
Il punto è che in ambito economico è diventato centrale il ruolo degli speculatori. Dalle materie prime alle operazioni finanziarie è la speculazione che detta le regole.
E se il mondo economico ha sempre tollerato queste pratiche, anzi integrandole come fondamentale di numerose teorie, è chi si dovrebbe occupare dell'equità che
"I programmi che usiamo per navigare su Internet sono stati ideati quando il web era un insieme di pagine testuali. E' ora di costruire da zero un browser pensato per ciò che la rete è diventata: un network di applicazioni".
Con queste parole Google ha confermato il lancio internazionale del suo nuovo browser Chrome.
Google ha fatto una cosa rara. Invece di puntare sull'elaborazione di qualcosa di già esistente ha deciso di cambiare livello, ripensando tutto e partendo da zero. Erano cambiate le condizioni iniziali.
Avendo avuto modo di osservare le strategie di molti operatori della Rete ho notato i limiti dovuti al forte isomorfismo che si è creato. Iniziative simili che non si distinguono realmente tra di loro e che partono da presupposti comuni spesso superati. Cosi gli sforzi di distinguersi risultano vani perché c’è sempre la stessa idea inadeguata alla base.
Com'è possibile perciò trovare nel proprio ambito nuove idee che ottengano successo sul mercato?
Un modo è quello di seguire l'esempio di Google, limitando i ragionamenti lineari ai quali siamo abituati e cercando nuove interpretazioni dell'attuale realtà. Applicare cioè tecniche di "pensiero laterale" alla Rete.
Edward de Bono coniò l'espressione "pensiero laterale" per indicare quei processi mentali che non partono da un ragionamento logico. Il pensiero cosiddetto "verticale", si compone, di ragionamenti razionali mentre il pensiero "laterale" presuppone l'abbandono di tutto ciò che sembra ovvio e scontato per lasciare libertà al pensiero al fine di trovare una soluzione originale.
Alla base del pensiero laterale c' è la constatazione che certi problemi richiedano di essere osservati da prospettive differenti arrivando ad una soluzione che non sarà necessariamente l'unica possibile. Il pensiero laterale ha origine da una serie di fatti, non da supposizioni. Il pensiero laterale di fatto non fa presupposti, anzi i presupposti iniziali limitano le possibilità di soluzione.
Per iniziare a pensare lateralmente è necessario riflettere su quattro punti fondamentali:
1) riconoscere le idee dominanti che polarizzano la percezione di un problema
2) cercare maniere differenti di guardare le cose
3) allentare il controllo rigido del pensiero lineare
4) usare ogni chance per incoraggiare altre idee
Per abbandonare gli schemi classici a cui siamo abituati dovremmo evitare di pensare in maniera consequenziale. Non vanno date per scontate cose, che con Internet non sono più scontate.
Le case discografiche, ad esempio, per uscire dal vicolo cieco in cui si trovano dovrebbero porsi una domanda: se l’industria musicale nascesse in questo momento, trovando perciò uno sviluppo maturo del Web, che uso farebbe della Rete?
Pubblicato su www.casaleggio.it/2008/09/strategie_laterali.php
Speravo che un giorno i giornalisti nostrani la smettessero di citare un fatto/avvenimento/iniziativa/cazzata in toni entusiastici dicendo che: "fa impazzire il web", "ha creato una moda sulla rete", "è la nuova mania dei navigatori", "sta impazzando su Internet"...
Invece la tendenza "studioapertiana" è ancora ben presente, come in questo articolo del Corriere di oggi: il mostro di Montauk è "il fenomeno web del momento" .
Solo negli States ci sono 223 milioni di persone che utilizzano la Rete. Percò oggi una generalizzazione di questo tipo che senso ha?
Non solo. Ogni video che è in testa alle classifiche di Youtube in pratica fa "impazzire la Rete", no?
Un' azienda poco conosciuta (Mosaico Arredamenti) ha citato per danni un blogger poco conosciuto (Sergio Sarnari) per aver descritto una sua esperienza negativa di acquisto.
Senza questa denuncia probabilmente nessuno si sarebbe accorto di niente e Mosaico Arredamenti non avrebbe avuto alcun danno di immagine da questo commento negativo.
La denuncia invece c'è stata e l'azienda ora ha davvero avuto un danno di immagine.
Questo è uno degli esempi di autorganizzazione della Rete, che alcuni iniziano a chiamare Streisand effect:
Lo Streisand effect è un fenomeno presente su Internet che avviene quando un tentativo di censurare o rimuovere una parte di informazione, provoca una forte diffusione di quelle stesse informazioni. Esempi sono i tentativi di censurare una fotografia, un file, o addirittura un intero sito web, soprattutto per mezzo di lettere di denuncia. Invece di essere soppressa, l'informazione si diffonde rapidamente e riceve ampia pubblicità, e spesso è ampiamente replicata.
Per un'azienda applicare alla Rete comportamenti e meccanismi tradizionali perfettamente funzionanti nel business as usal, può addirittura portare a risultati opposti. Lo Streisand effect è uno degli esempi più palesi, ma non è l'unico.
Ps: Potete farvi un'idea delle curiose ragioni della nascita del termine Streisand effect (da Barbara Streisand) da qua.



Feed RSS 0.91
(p)Link
Commenti
Archivio
Stampa

