Paul Krugman è il Premio Nobel 2008 per l'Economia.
Lui come un'altro Nobel, Joseph Stiglitz , ha la vista lunga.
Tuttavia è l'economia ad avere dei problemi. Negli anni si sono definite teorie vere, finchè restano solo teorie. Appena si confrontano con l'applicazione reale, mettono in evidenza tutti i loro limiti e la loro inattendibilità.
Che senso ha orientare il pensiero verso meccanismi che, in ogni caso, non saranno attuabili nella pratica?
In questo senso fanno riflettere le parole di Francesco Daveri, un Professore che scrive su Lavoce.info.
Altra scoperta fondamentale della teoria economica di Krugman è quella relativa alla concorrenza nei mercati globali:
"Prima dei suoi studi - spiega Daveri - l'ipotesi era che tutti i mercati fossero in concorrenza perfetta.
Krugman ha dimostrato che molto spesso sono invece oligopoli, ognuno vende un prodotto un po' differente dagli altri e questo lo rende oligopolista, anche perché i consumatori si affezionano ad alcuni beni, che comprano più volentieri.
E allora come fanno le imprese a commerciare? Questa teoria dimostra che pertanto esistono buone ragioni per specializzarsi e per commerciare con molti Paesi, e per avere economie aperte, non difese dai dazi. I gusti delle persone sono variegati, ecco perché conviene il commercio internazionale".
Le condizioni perchè i mercati siano in concorrenza perfetta sono queste:
- il bene prodotto è omogeneo;
- le imprese operano in condizione di "informazione perfetta", ossia tutti gli operatori dispongono di informazioni complete in merito ai costi di produzione, ai prezzi, ecc.
- le imprese che operano sul mercato hanno una dimensione atomica, tale da non poter influenzare in alcun modo i prezzi di vendita, e che non esistono barriere all'ingresso e all'uscita dei concorrenti;
- i fattori della produzione sono perfettamente sostituibili fra loro, ossia possono essere riallocati alla produzione di diversi beni.
Ora, se già questa teoria trovava poca applicazione pratica all'inizio del secolo scorso, figuriamoci oggi. Parlare di concorrenza perfetta è semplicemente fuorviante.
Forse l'attuale crisi potrà finalmente dare lo stimolo per abbandonare certe convinzioni e certe ipotesi totalmente irrealistiche. E' ora che i fondamentali dell'economia vengano rivisti partendo dalla realtà.
Mi fa rabbia ascoltare le motivazioni che principali TG danno alla forte crisi finanziaria in corso.
O non vengono date spiegazioni specifiche o si da una impressione di ineluttabilità.
La realtà è che in questo modo si tiene sotto controllo l'opinione pubblica, o meglio l'incazzatura pubblica, e si evita di dover riscrivere alcune regole pubbliche.
Il punto è che in ambito economico è diventato centrale il ruolo degli speculatori. Dalle materie prime alle operazioni finanziarie è la speculazione che detta le regole.
E se il mondo economico ha sempre tollerato queste pratiche, anzi integrandole come fondamentale di numerose teorie, è chi si dovrebbe occupare dell'equità che
Tutto questo con una premessa: "I numeri hanno una loro oggettiva verità".
No caro Fini, niente di più falso. I numeri vanno letti nel modo giusto ed è che chi li legge che può scegliere se dare loro oggettività o parzialità. Chi si occupa di statistica sa bene che è l'interpretazione dei numeri ad avere valore. E chi si occupa di economia sa bene che la macroeconomia non è una scienza esatta.
Vediamo un esempio specifico, spesso citato: il tasso di disoccupazione è basso perciò l'occupazione in Italia va bene.
[per questa dimostrazione attingo a piene mani dall'Istat]
Per capire cosa si intende con tasso di disoccupazione, possiamo partire dalla sua definizione:
Tasso di disoccupazione. Rapporto tra le persone in cerca di occupazione e le corrispondenti forze di lavoro.
| Tasso di disoccupazione = | Persone in cerca di occupazione |
| ----------------------------------- | |
| Forza lavoro |
Detto cosi può voler dire tutto e niente, perciò occorre chiarire chi sono le persone in cerca di occupazione e chi è la forza lavoro.
Persone in cerca di occupazione. comprendono le persone non occupate tra 15 e 74 anni che:
− hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nei trenta giorni
che precedono l’intervista e sono disponibili a lavorare (o ad avviare
un’attività autonoma) entro le due settimane successive all’intervista;
− oppure, inizieranno un lavoro entro tre mesi dalla data dell’intervista e sono
disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due
settimane successive all’intervista, qualora fosse possibile anticipare l’inizio del lavoro.
Occupati. comprendono le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento
− hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un
corrispettivo monetario o in natura;
− hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare
nella quale collaborano abitualmente;
− sono assenti dal lavoro (ad esempio, per ferie o malattia). I dipendenti assenti
dal lavoro sono considerati occupati se l’assenza non supera tre mesi, oppure
se durante l’assenza continuano a percepire almeno il 50% della retribuzione.
Gli indipendenti assenti dal lavoro, ad eccezione dei coadiuvanti familiari,
sono considerati occupati se, durante il periodo di assenza, mantengono
l’attività. I coadiuvanti familiari sono considerati occupati se l’assenza non
supera tre mesi.
A questo punto l'unica informazione che ci manca è la metodologia di raccolta dei dati, che è questa:
Mediante tecniche Capi (Computer assisted personal interview) e
Cati (Computer assisted telephone interview), per ciascun trimestre vengono intervistati circa 175 mila individui residenti in 1.246 comuni di tutte le province del territorio nazionale.
Essi entrano nel campione attraverso un meccanismo di selezione
casuale che prevede l’estrazione di un comune non autorappresentativo da ciascuno strato.
Per ciascun comune viene estratto dalla lista anagrafica un campione casuale semplice di
famiglie.
Ed ora passiamo alle questioni:
- Ammesso che un campione casuale di 175mila persone su 57milioni di persone, cioè lo 0,3%, sia effettivamente attendibile dal punto di vista statistico, quanto può fotografare correttamente la situazione in un dato momento?
- Il sistema delle interviste via computer o telefoniche, pur essendo nettamente migliore del precedente (che si basava sulle liste di collocamento), per sua natura non prende in considerazione la classe più bassa della popolazione e può consentire errori o interpretazioni errate. Quanto viene inficiato il dato?
- Quando la disoccupazione reale è particolarmente alta, le persone non si mettono neanche più a cercare lavoro. I cosiddetti lavoratori scoraggiati non rientrano a far parte della forza lavoro e ciò contribuisce ad abbassare il tasso di disoccupazione. E questo quanto inficia il dato?
- Se consideriamo "Occupato" chi ha svolto almeno un'ora di lavoro nella settimana dell'intervista non differenziamo chi ha un impiego a tempo pieno, rispetto a chi lavora solo poche ore al mese. Se prendiamo per buona questa approssimazione, dobbiamo però tenerla presente quando andiamo in televisione, sostenendo che l'occupazione va bene perchè il tasso di disoccupazione è basso.
Il lavoro dell'Istat non è certo semplice, le difficoltà di rilevazione, la presenza del lavoro nero e altre problematiche, rendono difficile poter realizzare una stima precisa del tasso di disoccupazione.
Non è invece scusabile l'atteggiamento di chi butta in pasto a milioni di persone dei numeri, spacciandoli per verità assoluta senza soffermarsi a descrivere il contesto da cui essi provengono ed i loro limiti. E non è scusabile che nella televisione italiana il contraddittorio sia basato sempre sulle chiacchiere invece che sulle discussioni puntuali e sull'informazione imparziale.
Il tasso di disoccupazione è indicatore macroeconomico molto utile, tuttavia andrebbe utilizzato nelle sedi corrette e non per dare concretezza a i realtà immaginarie.
Solitamente ad un PIL basso corrisponde un alto tasso di disoccupazione.Per la fine del 2005, in Italia si prevede un PIL dello 0,3% (il peggiore dal 1993), che non è perciò in linea con un tasso di disoccupazione previsto del 7,8% (il migliore dal 1992).
Forse c'è qualcosa che non quadra: i dati non sono attendibili o il modello macroeconomico è sbagliato?
Con qualche giorno di ritardo, segnalo l'ottimo servizio di Riccardo Iacona, andato in onda su Rai Tre, qualche giorno fa, dal titolo "W il Mercato". |
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Il programma, in sostanza, ha descritto i rincari di prezzo che subiscono frutta e verdura dal contadino fino a noi, cercando di far capire chi ci guadagna (la distribuzione) e chi ci perde (il contadino e ovviamente noi!). Il programma ha ottenuto un'ottima audience (share 13,83 % con quasi 4 milioni di telespettatori) pur senza mostrare calciatori, letterine o peggio reality vari. A dire il vero un po' di vita vissuta c'era. Era quella dei contadini, che raccontavano il loro declino verso la povertà. Spesso intascano solo il 10% del valore complessivo del prodotto venduto al cliente finale (ad esempio per i pomodorini intascano 30cent ed il consumatore li paga 3€) e hanno una forza contrattuale praticamente nulla di fronte alla distribuzione. Come riportato nel forum del Corriere di oggi: alla fine ci dobbiamo soprendere quando un programma del servizio pubblico risulta positivo ed adeguato. Beh purtoppo è proprio cosi! Ps: | |
| Segnalo un bell'articolo di Umberto Torelli, apparso sul Corriere Economia di qualche mese fa. Il tema è la lobby sul prezzo degli sms che si è creata in Italia. Da noi costano 15 cent, in Danimarca il prezzo minimo è invece di 6,5 cent! Sms: ma quanto mi costi? |



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