BoE lascia tassi invariati ed esclude possibili tagli
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BoE lascia tassi invariati ed esclude possibili tagli

Nella riunione svoltasi ieri, la Banca centrale d’Inghilterra (BoE) ha confermato il costo del denaro allo 0,25 per cento (un livello che ha abbracciato fin dallo scorso agosto) ed ha ribadito anche l’attuale struttura del programma di acquisto titoli APF (Asset Purchase Facility), il cui target APT (Asset Purchase Target) è salito a 435 miliardi di sterline dai precedenti 375 miliardi di sterline. Vengono inoltre confermati anche i 10 miliardi di sterline di obbligazioni societarie e i supplementari 60 miliardi di sterline di titoli di stato. I membri del Board hanno riconfermato votando all’unanimità la strategia modificata in agosto. Tuttavia, rispetto ad agosto vi è anche qualche novità piuttosto ghiotta, che sarebbe opportuno cercare di evidenziare e di consolidare, al fine di prevedere quello che accadrà nel corso della prossima riunione (o, meglio, delle prossime riunioni) e influenzare il tal modo la propria strategia di trading.

Cosa è cambiato rispetto ad agosto

Rispetto alla seduta di agosto, con la qualche la BoE stabilì il tasso di riferimento del costo del denaro all’attuale livello dello 0,25 per cento, la maggioranza dei membri BoE è sembrata essere molto più convinta nell’escludere ulteriori tagli dei tassi nelle prossime riunioni. Insomma, l’istituto banchiere inglese si tiene le mani libere per agire in entrambe le direzioni vista la revisione delle stime di crescita e inflazione nel 2017 dovute al forte deprezzamento della sterlina dopo il voto Brexit, ma per il momento sembra escludere l’idea che almeno nella prossima o nelle prossime due riunioni possa essere assunta una decisione quale quella della riduzione dei tassi oltre il livello già fissato in estate.

Il perché sia maturata tale convinzione crescente è presto detto. Nei tre mesi successivi alla scelta di agosto, gli indicatori di attività e di fiducia delle imprese hanno infatti recuperato dai minimi registrati subito dopo il referendum Brexit di giugno, e la stima preliminare della crescita del PIL nel terzo trimestre è stata al di sopra delle aspettative. Questi dati suggeriscono che le prospettive, nel breve termine, sono in miglioramento a una velocità maggiore di quanto previsto soli tre mesi fa.

Brexit e futuro economia britannica

Ricordiamo come l’impatto sulla sterlina, subito dopo il referendum Brexit, sia stato di forte deprezzamento. Tuttavia, all’inizio del mese di ottobre, in coincidenza con le indiscrezioni sulla possibile qualità degli accordi commerciali UE verso UK, la sterlina ha subito un ulteriore ribasso (ai minimi da 31 anni contro il dollaro) segnalando come il tasso reale di cambio della valuta dovesse essere ancora più basso per bilanciare le possibili penalizzazioni derivanti dai futuri accordi.

Sul fronte della crescita, la sterlina debole ha spinto le esportazioni e questo ha consentito alla BoE di rivedere in aumento all’1,4 per cento (da 0,8 per cento) la crescita 2017 mentre sono meno ottimistiche le previsioni per il 2018 (1,5 per cento) e per il 2019 (1,6 per cento). Sul fronte inflazione, la BoE continua a sostenere che il target del 2 per cento sarà raggiunto prima del previsto e probabilmente già nella prima metà del 2017. Il CPI di lungo periodo dovrebbe invece essere più alto per tutto il periodo di previsione concernente i prossimi tre anni, rispetto alle proiezioni di agosto. Nella stima centrale, l’inflazione sale dal precedente livello dell’1 per cento a circa il 2,75 per cento nel 2018, per poi ridiscendere gradualmente nel 2019 e raggiungere il 2,5 per cento al termine dei tre anni posti sotto analisi. L’inflazione dovrebbe tornare al target del 2% nel corso dell’anno successivo (2020).

Cosa farà la BoE

A questo punto, ci si può lievemente spingere oltre cercando di comprendere che cosa potrebbe realizzare la BoE nelle prossime riunioni. Dalle dichiarazioni che sono emerse a margine dell’ultimo meeting, appare evidente come l’istituto banchiere si stia riservando di agire bilanciando la velocità con la quale la dinamica dei prezzi è prevista salire, equilibrando così il sistema. Sul fronte occupazione il tasso di disoccupazione è destinato ad aumentare a circa il 5,5 per cento entro la metà del 2018 secondo l’Istituto centrale, mentre resterà sugli stessi livelli per il 2019. Chiaramente, un innalzamento del tasso di disoccupazione oltre i livelli soglia previsti dall’istituto di politica monetaria potrebbe generare qualche nuovo spunto di riflessione nei policy makers.

Sul fronte politico, Mark Carney ha confermato che rimarrà alla guida della Bank of England per un anno in più fino a giugno 2019 superando così le critiche politiche giuntegli da più parti. Infine l’Alta Corte di Giustizia di Inghilterra e Galles ha stabilito che sarà il Parlamento inglese, e non il Governo, ad approvare l’avvio delle procedure per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Una decisione che potenzialmente potrebbe rallentare il processo di Brexit ma di certo non bloccarlo, visto l’esito popolare del referendum che difficilmente potrà essere ribaltato in sede parlamentare.

Gli scenari potrebbero essere a questo punto due: il primo, molto improbabile, è che il Parlamento smentisca l’esito del referendum, generando una crisi molto profonda che dovrebbe portare alle dimissioni del governo May; il secondo, più probabile, è legato al fatto che il Parlamento approverà l’esito del referendum, domandando tuttavia garanzie al governo May su una soft Brexit (contrariamente all’hard Brexit che si andava profilando). In entrambi i casi, il pericolo che le posizioni del governo si indeboliscano, e che i tempi si allunghino, sono più che evidenti.

In questo contesto in cui l’Istituto centrale inglese fronteggia con forza gli effetti della Brexit l’unico asset a rimanerne penalizzato sarà probabilmente ancora la sterlina, nel breve – medio termine, anche se un miglioramento dei fondamentali non potrà che influire positivamente, nel medio-lungo termine, anche sulla valuta…

novembre 4, 2016

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roberto


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