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Dollaro, ecco come è andata la prima settimana post-vittoria di Trump

L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca sembra già archiviata nel passato, anche se i suoi effetti continueranno a dipanarsi in misura notevole ancora a lungo. Ma quali sono i giudizi che è possibile dare sulla prima settimana successiva all’elezione del Tycoon americano? Cerchiamo di fare una piccola sintesi di quel che è accaduto.

Un buon apprezzamento del dollaro

In primis, ricordiamo che il dollaro ha effettivamente chiuso la prima settimana post-vittoria di Trump con un ampio ulteriore apprezzamento che lo ha portato – in termini di cambio effettivo – a superare i massimi del 2015-16 per rivedere livelli abbandonati nel 2003. Una prestazione che non molti analisti attendevano in tal misura, e che è stata piuttosto forte non solamente rispetto all’euro, quanto anche nei confronti del basket delle principali valute controparte. Di fatti, rispetto al giorno delle elezioni, il dollaro USA ha guadagnato il 3,9 per cento a livello trade-weighted, distribuito in un +6,4 per cento contro lo yen, +5,7 per cento contro il dollaro neozelandese, + 5,6 per cento contro il dollaro australiano, + 4,6 per cento contro l’euro, +4,0 per cento contro il franco svizzero, +2,1 per cento contro il dollaro canadese e +1,0 per cento contro la sterlina, il cui cambio sta seguendo tuttavia l’influenza di una lunga serie di determinanti, e non sempre integrate.

A quanto sopra si tenga conto che l’apprezzamento ha seguito l’ampia salita dei tassi USA (+20 punti base i rendimenti governativi a 2 anni, +47 punti base quelli a 10 anni) e delle aspettative di rialzo dei Fed Funds: i futures sui Fed Funds sono arrivati a prezzare interamente almeno quattro rialzi da qui a fine 2018, uno a dicembre, due l’anno prossimo e uno/due nel 2018, uno scenario allineato a quello indicato dalla Fed a settembre per quest’anno e il prossimo, più prudente di quello della Fed per il 2018. Negli ultimi giorni vari esponenti Fed, la presidente Yellen in primis, hanno indicato che al momento non vi sono dati per modificare lo scenario solo come effetto dell’inattesa vittoria di Trump, ma che nei prossimi mesi, mano a mano che arriveranno i dettagli sulla politica fiscale, il sentiero di rialzi potrà eventualmente essere rivisto – verso l’alto – proporzionalmente alla maggior crescita e inflazione che l’espansione fiscale comporterà. Insomma, gli analisti sono oramai convinti che nei prossimi mesi uno dei principali criteri che la Federal Reserve adotterà per poter orientare le proprie politiche monetarie sarà proprio la politica fiscale di Trump, che potrebbe essere almeno in parte compensata proprio con la relativa policy della Fed.

Intanto, la revisione al rialzo che il mercato ha fatto del sentiero di rialzi Fed è stata molto ampia, per cui nel breve un’ulteriore revisione al rialzo dovrebbe essere molto più contenuta, attutendo – o silenziando, almeno temporaneamente – le pressioni rialziste sul dollaro. I rischi rimangono comunque verso l’alto. Un fattore di cui in ogni caso la Fed terrà conto è anche il dollaro: quanto più continuerà a salire, tanto minore sarà la probabilità che la Fed decida di fare l’anno prossimo più dei due rialzi che ha “in programma” in questo momento. Come infatti ha detto Kaplan venerdì, la Fed segue attentamente la dinamica del dollaro. Dinamica che, oramai, potrebbe puntare dritta verso la parità assoluta con l’euro: a nostro giudizio non è ancora lo scenario centrale, ma potrebbe verificarsi (difficile) già entro l’anno, o (più probabilmente) nel 2017.

Questa settimana non vi saranno molti spunti dal calendario macro USA: i più rilevanti saranno i dati degli ordini di beni durevoli mercoledì, attesi molto positivi, e i verbali del FOMC mercoledì sera, che non dovrebbero tuttavia generare particolare turbolenza.

Euro “dipendente” dal dollaro

Di contro, l’euro si è mosso solo di riflesso al dollaro, proseguendo ininterrottamente la correzione che era partita il giorno prima delle elezioni USA e inaugurando nuovi minimi 2016 in area 1,05 EUR/USD. I rischi permangono ancora verso il basso fintantoché la generalizzata ascesa del biglietto verde non si ferma. Dal lato dell’area euro infatti non sembrano emergere spunti per un rimbalzo (se non tecnico) della moneta unica. I dati non danno ancora segnali di accelerazione della crescita o di una salita solida dell’inflazione verso target. Questa settimana usciranno i PMI, tra mercoledì e giovedì e l’IFO tedesco giovedì: le attese sono di stabilizzazione. Questo spiega perché anche venerdì e ieri Draghi abbia ribadito la necessità che la politica monetaria resti accomodante per far risalire l’inflazione verso il target e sostenere la ripresa che è ancora fragile.

Come sta andando la sterlina

La sterlina, dopo essere salita leggermente contro dollaro post-vittoria di Trump, la settimana scorsa ha fatto marcia indietro, tornando sui livelli pre-elezioni. La sua tenuta è comunque stata notevolmente migliore di quella dell’euro, nei confronti del quale si è infatti apprezzata.

Come anticipavamo nelle righe precedenti, l’andamento della sterlina è meno dipendente di quello del dollaro, poiché influenzato da forti movimenti autonomi. Come quello, tra i più recenti, che si è osservato venerdì, su una dichiarazione dell’ambasciatore USA per l’UE Anthony Gardner, che ha detto che Brexit preoccupa molto gli Stati Uniti perché la direzione che sembra stia prendendo piede è quella di un’hard Brexit, che comporterebbe una transizione piuttosto turbolenta. Effettivamente, le possibilità di poter sperimentare una soft Brexit, che erano cresciute dopo la pronuncia dell’Alta Corte britannica, sono improvvisamente calate dopo le prese di posizione dell’esecutivo, che non sembra voler scendere a patti su alcuni temi particolarmente caldi.

In settimana arriveranno comunque spunti importanti, come la presentazione – per mercoledì – dell’Autumn Statement, la manovra d’autunno, da parte del nuovo cancelliere dello scacchiere Philip Hammond. Le attese sono infatti per l’implementazione di una politica fiscale espansiva (in rottura con la linea dell’austerity portata avanti dal predecessore Osborne) al fine di contrastare i rischi verso il basso sulla crescita posti da Brexit. La prospettiva di una manovra di supporto all’economia dovrebbe offrire sostegno alla sterlina nel breve, ma rileveranno anche le nuove stime di crescita dell’OBR, soprattutto, per l’impatto di mercato, in termini di confronto con le corrispondenti proiezioni della BoE che ha una crescita a 1,4 per cento per il 2017 e 1,5 per cento per il 2018. Se le stime dell’OBR, soprattutto per l’anno prossimo, dovessero essere più basse di quelle della BoE, la sterlina ne risentirebbe.

Sull'autore

Roberto Rossi

Perito Informatico ma appassionato del trading online con i CFD. Mi occupo di stesura articoli sul trading online, CFD e forex.

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