Investimenti

Dollaro USA, un 2017 di “dipendenza” dalle scelte della Fed e di Trump

Il 2017 del dollaro statunitense sembra fondarsi sulle scelte della Federal Reserve in termini di tassi e sulla politica fiscale di Trump. Non è certo la prima volta che lo ribadiamo sulle pagine del nostro portale, e probabilmente non sarà nemmeno l’ultima: giova tuttavia fare il punto sui nostri investimenti sulla valuta USA, anche alla luce della prima conferenza stampa ufficiale di Donald Trump quale neo presidente eletto (invero, molto deludente) e sulla base degli ultimi dati macro pubblicati, e dei recenti discorsi Fed.

Un breve profilo

Con questi auspici, rileviamo come i buoni dati sul mercato del lavoro negli Stati Uniti siano ben coerenti con il sentiero delineato nell’ultima riunione di dicembre, che indicava tre rialzi dei tassi nel 2017 dopo l’inasprimento attuato. Come abbiamo rammentato a suo tempo, la scelta della Fed di incrementare i tassi a dicembre non è stata una sorpresa, mentre lo è stata la previsione di tre (e non due) rialzi dei tassi per l’anno in corso. Tale stima è, a nostro giudizio, molto aleatoria: tanto dipenderà infatti dagli effetti delle azioni di politica fiscale di Trump, la cui incisività potrebbe accelerare l’adozione di un’iniziativa restrittiva da parte della Fed. Per quanto attiene in merito i commenti dei membri del Board a seguito della pubblicazione degli occupati USA di dicembre, gli stessi hanno confermato le positive previsioni indicate e rafforzate nei verbali Fed pubblicati la scorsa settimana.

Insomma, i tre rialzi sembrano giustificati dal quadro in essere, anche se le proiezioni macroeconomiche potrebbero variare in funzione dell’evoluzione della politica fiscale attuata dalla nuova amministrazione Trump, che al momento rimane ancora incerta. Benché le attese di miglioramento della crescita siano aumentate, ad esse si sommeranno altri aspetti restrittivi, come il rafforzamento del dollaro. L’apprezzarsi del dollaro verrà probabilmente inteso come un segnale di miglioramento ulteriore dell’economia interna, con riflessi positivi però sul ciclo globale. La speranza è che questo funga da volano per le economie sviluppate ed emergenti e spinga a una normalizzazione delle politiche monetarie di quei paesi, riequilibrando la forza del dollaro verso le principali valute.

Il dollaro contro euro, sterlina e yen

Per quanto concerne invece i rapporti del dollaro con le altre valute, ricordiamo come il rialzo Fed dello scorso 14 dicembre, se unito alle prospettive di un ciclo rialzista nel 2017 fatto di due o tre rialzi (non però nel prossimo meeting del 1° febbraio, che dovrebbe dunque essere contraddistinto da un approccio sostanzialmente transitorio), manterrebbe l’attuale scenario di rafforzamento del dollaro contro euro.

Pertanto, solamente un’accelerata nella politica monetaria restrittiva della Federal Reserve potrebbe assicurare un quadro di ulteriore forza del dollaro statunitense. Di contro, nella riunione BCE dello scorso dicembre, terminata col prolungamento del quantitative easing, Draghi ha ripetuto che le condizioni monetarie espansive resteranno in essere ancora a lungo, con riflessi svalutativi sull’euro almeno nella prima parte del 2017.

In altre parole, se non vi saranno sostanziali novità da parte della Fed, è possibile che il dollaro possa usufruire di qualche piccolo margine di apprezzamento nelle prossime settimane, e poi possa iniziare ad arretrare, anche in concomitanza con la scelta della BCE di iniziare a valutare un potenziale percorso di normalizzazione per il 2018 (ammesso che la crescita economica e dell’inflazione dell’area euro reggano, ma questo è un altro discorso). Se invece la Fed sarà nelle condizioni di incrementare il ritmo di rialzo dei tassi Fed ad almeno tre (magari, con il primo nella primavera 2017), è possibile che la forza del dollaro possa essere adeguatamente calibrata un po’ più a lungo, comprimendo l’euro per diversi mesi sotto il range 1,05-1,06.

Nelle relazioni con la sterlina, ricordiamo come a fronte di un dollaro statunitense che sembra essere destinato ad apprezzarsi sia per l’azione restrittiva della Fed che per le future scelte di politica fiscale della nuova Amministrazione Trump, è probabile che i minimi della sterlina verso dollaro siano collocabili nel primo trimestre 2017. La scelta di una soft-Brexit piuttosto che di una hard-Brexit consentirà, nella seconda parte dell’anno, un recupero più o meno ampio della sterlina. Come risulta essere facilmente intuibile, un recupero di forza della sterlina sarà agevolato dall’approvazione di un quadro di negoziazioni per l’uscita dall’UE che sia vantaggioso per entrambe le parti e, fondamentalmente, per una soft-Brexit che possa garantire la permanenza d’oltre Manica nel mercato unico europeo.

Infine, sul fronte delle relazioni tra il dollaro e lo yen, appare molto evidente come l’esito delle Presidenziali USA abbia incrementato la forza del dollaro, a sua volta trascinato dal rialzo dei tassi dei Treasury, quadro che ha favorito un ritorno del cambio stabilmente sopra 115, rafforzando il deprezzamento dello yen. Con la Fed che nel 2017 darà seguito al suo ciclo di rialzo dei tassi e la BoJ intenta invece a controllare la curva dei rendimenti dei JGB, il differenziale fra i tassi USA e nipponici andrà sempre più allargandosi, accentuando il deprezzamento dello yen. La BoJ torna a riunirsi il 31 gennaio, anche se le attese appaiono nulle, vista la strategia di politica monetaria in essere.

gennaio 16, 2017

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roberto


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