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Gli esiti degli Stress Test e le banche italiane

Sin dalla crisi finanziaria iniziata nel 2008, l’Autorità Bancaria Europea (Eba) si è occupata annualmente di testare la solidità dell’intero sistema bancario del Vecchio Continente, misurando tramite i cosiddetti Stress Test la stabilità dei vari istituti di credito. In questi test viene simulato uno scenario di estrema crisi finanziaria, davanti al quale viene analizzata la capacità di resistenza fino a tre anni di ogni banca.

Crollo del Pil, del mercato immboliare, della fiducia dei risparmiatori, molte sono le variabili da tenere in considerazione e prospettate dalla Commissione Europea, mentre l’Eba ha testato la reazione delle principali 51 banche europee basandosi su diversi indici, tra cui il “Common Equity Tier 1 ratio”: in pratica, il CET1 è un rapporto che misura la quantità di capitale posseduto da una banca e le sue attività (come prestiti e investimenti) ponderate in base al loro livello di rischio. Un investimento rischioso, quindi, “pesa” di più perché è più probabile che venga perduto e quindi ha bisogno di più capitale per essere coperto. Viene espresso in percentuale, ed è il principale indice di solidità di una banca. Per esempio, un istituto con un CET1 superiore al 10% può essere considerato in genere abbastanza solido.

I tanto attesi esiti degli Stress Test di quest’anno sono stati comunicati alle 22 di venerdì 29 luglio dall’Autorità Bancaria Europea (Eba), e a parte il Monte dei Paschi di Siena, la cui bocciatura era nell’aria, le italiane sono uscite a testa alta. Intesa Sanpaolo con un CET1 al 10,24% figura tra le prime della classe in Europa e l’unica tra le 15 big a essere sopra la soglia Srep. Banco Popolare si attesta invece al 9,05% sotto shock, e insieme a Ubi Banca (CET1 a 8,85%) si conferma comunque nella fascia alta. Anche UniCredit nonostante la posizione più arretrata può vantare un CET1 sotto sforzo al 7,12%, in ogni caso ben al di sopra della soglia critica del 5,5%.

Peggiore tra gli istituti di credito europei si è confermata invece Monte dei Paschi, con un CET1 fermo al -2,44%, anche la banca senese si dice pronta a riscattarsi con una imminente ricapitalizzazione da 5 milardi di euro. Mps non è in dissesto, cioè non sta perdendo soldi, ma è appesantita da un’elevatissima quantità di sofferenze, equivalenti a circa 20 miliardi di euro. In caso di crisi pertanto la banca sarebbe insolvente, e andrebbe quindi salvata o fatta fallire. Da tempo questo tema spinoso ha spinto il governo italiano e gli amministratori di Mps a progettare una soluzione realizzabile, ma di fatto qualunque intervento pubblico farebbe scattare la procedura del bail-in, quella secondo cui proprietari e investitori della banca devono contribuire al suo salvataggio. In questo caso migliaia di piccoli investitori privati si troverebbero a pagare per aver acquistato obbligazioni Mps, facilmente senza essere davvero a conoscenza dei rischi.

Gli Stress Test hanno poi interessato anche le numerose banche poste sotto la Vigilanza Ssm, tra cui una decina di italiane: su questi istituti la Bce ha condotto in autonomia un esame semplificato e i cui risultati non erano di diffusione obbligatoria. È comunque possibile comunicarli a discrezione della banca, come ha infatti provveduto a fare Mediobanca, i cui risultati si sono dimostrati ottimi nello scenario avverso della crisi. È stato infatti calcolato un CET1 al 11,46%, largamente superiore anche al requisito Srep al momento posto all’8,75%.

Complessivamente il sistema bancaria del Belpaese ha confermato che il sistema italiano è il più debole tra quelli dei grandi Paesi europei, con un CET1 medio del 7,62%. Banca Intesa è l’unico istituto che in questa classifica ha ottenuto risultati migliori della media europea, mentre peggio delle banche italiane sono andate solo quelle austriache e irlandesi, con un CET1 medio rispettivamente del 7,22 e del 5,22%.

Il problema principale per il Belpaese rimangono i circa 360 miliardi di crediti deteriorati, cioè un tipo di crediti particolarmente difficili da riscuotere. Inoltre bisogna considerare che parte della responsabilità sui crediti deteriorati è delle stesse banche, che spesso in passato hanno concesso crediti con leggerezza e sulla base di logiche di alleanza politica piuttosto che di mercato. A questo si aggiungono altri noti problemi delle banche italiane, che in molti casi soffrono di bassa redditività, hanno organici troppo numerosi e una quantità eccessiva di filiali, problemi a cui guardare con attenzione per migliorare il rating degli istituti italiani.

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Sull'autore

Gennaro Parisi

Laureato in Economia e Commercio all'Università di Bari nel 2003, appassionato di finanza, di politica e di economia.

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