Manovre, dichiarazioni e governatori: quello che serve è coesione di fondo
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Manovre, dichiarazioni e governatori: quello che serve è coesione di fondo

Nonostante le recenti dichiarazioni attendiste della Yellen, sembra che in questa lunga e altalenante estate le politiche monetarie non convenzionali rimangano alquanto diffuse tra gli istituti centrali: stando a quanto riferito dalla presidente della Fed la Riserva sarebbe pronta infatti ad attuare un’ulteriore stretta, ma in controtendenza rispetto alle altre principali banche centrali, che sembrano muoversi in direzione opposta, dalla Bank of Japan fino alla Bce, inclusa la Bank of England che è già tornata sui suoi passi in ottica post-Brexit.

Strategie diverse e differenti approci, ma quali di questi sono realmente efficaci, e perché? O forse risultano di più forte impatto le dichiarazioni dei diversi governatori, in grado di influenzare i mercati come stiamo notando bene in questi giorni. La risposta è ovviamente complicata, in quanto ogni situazione si presenta unica e difficilmente paragonabile, così come sempre andrebbe considerato l’habitat socio-economico in cui si agisce, ma è comunque possibile effettuare alcune considerazioni.

Prendiamo per esempio il caso a noi probabilmente più vicino, quello della Banca centrale europea
. La Bce, sin dai tempi della crisi sui debiti sovrani, ha dimostrato di possedere diversi assi nella manica: taglio del costo del denaro, erogazione di prestiti a tassi agevolati, ma fondamentale è stata certamente la decisa leadership e verbal guidance del presidente Mario Draghi. Ricordiamo per esempio il famoso “whatever it takes” del 22 luglio 2012, parole forti che all’epoca ebbero decisamente più efficacia di qualsiasi concreta politica monetaria. Nel più recente passato tuttavia la Bce ha dato il via al vero Qe, annunciando a inizio 2015 l’avvio del programma d’acquisto di titoli di Stato, un progetto del valore mensile di 80 miliardi che, in continuità con le strategie precedenti, punta a dare nuovi stimoli all’economia del Vecchio Continente essenzialmente attraverso tre canali.

Il primo è il calo dei rendimenti dei governativi a lunga scadenza. In questo modo, oltre a mantenere basso lo stress sui debiti pubblici, da un lato le imprese sono indotte a investire, dall’altro gli operatori vengono spinti verso asset a maggiore rendimento. Il secondo è invece il canale del credito. Su questo fronte la Bce si era già mossa attraverso prestiti agevolati alle banche da indirizzare poi alle imprese. Infine il terzo canale non è altro che il cambio valutario: l’effetto deflattivo del Qe infatti spinge l’euro verso il basso, favorendo l’export.

Una strategia chiara e diversificata, che ha in parte raggiunto gli obiettivi preposti.
In parte perché se certamente da un lato l’attivismo della Bce ha evitato il collasso dell’Eurozona, riportando i tassi di crescita dei prestiti alle imprese ai massimi dal 2011, dall’altro il Pil europeo è passato dalla crescita media nei 4 trimestri precedenti al Qe dello 0,9% all’1,6%, un dato in ogni caso insufficiente e sotto le aspettative. Senza scordare inoltre che l’indice Euro Stoxx 50, da inizio 2015, è salito oltre il 9% ma perdendo rispetto ai massimi di aprile dello scorso anno il 10%, annullando quindi l’effetto ricchezza conseguente al repricing degli asset più rischiosi.

La causa di tutto questo non è da ricercarsi certamente nel cattivo operato dell’istituto centrale, quanto nella dilagante incertezza che blocca i mercati. Incertezza derivante principalmente dalla mancanza di una politica economica europea unitaria e condivisa da tutti gli Stati, pur più volte invocata da Draghi. Come dimostrano il limitato piano d’investimenti Junker e la pessima gestione del tema immigrazione, quando si arriva ai conti gli Stati tendono a perseguire la propria strada piuttosto che curarsi di un maggiore orizzonte, quello europeo.

Oltreoceano invece la Federal Reserve è affiancata dalle imponenti politiche economiche del Governo, ed è stata aiutata dall’olimpico mese di Wall Street: settimane da recordo che hanno portato a un rialzo dei prezzi degli asset che ha creato nuova ricchezza per famiglie e imprese. Certo i problemi non mancano neanche agli americani, ma certamente una strategia di questo tipo, più unitaria e coesa, appare innegabilmente più efficace.

Più negativo invece il giudizio sulle politiche ultra espansive attuate in Giappone
, dove il debito pubblico ammonta al 229% del Pil. Queste politiche si sono già rivelate di scarso impatto e il loro continuo riutilizzo non fa che ridurne via via l’effetto. Tra l’altro la maggior parte della popolazione è di età avanzata e poco propensa a investimenti rischiosi, e come ricorda il professor Luigi Guiso “L’uscita dal mercato del lavoro in Giappone è ritardata: una condizione, di fatto, che limita il trasferimento di competenze sulle nuove tecnologie all’interno delle imprese”.

Insomma altri problemi strutturali rispetto ai quali la politica monetaria può poco o nulla
. Appare comunque evidente che una coesione di fondo, oltre che una strategia condivisa con il Governo, siano i pilastri su cui costruire una politica efficace, anche se appunto come già riferito ogni caso è complicato e a sé stante. L’esempio della Federal Reserve portato infatti non tiene conto delle recenti dichiarazioni della Yellen, foriere di incertezza e di attese che ancora si prospettano lunghe per i mercati.

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agosto 29, 2016

About Author

Gennaro Parisi Laureato in Economia e Commercio all'Università di Bari nel 2003, appassionato di finanza, di politica e di economia.


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