Innovazione e startup

Start up italiane tra fuffa e ruberie

Oggi fare start up, in Italia, va di moda. Si può dire che ogni giorno nascono nuove start up, pare che il nostro Paese si sia trasformato di colpo in una succursale della Silicon Valley. Addirittura è stata fatta una legge per favorire la nascita delle start up innovative: pare proprio che finalmente stiamo facendo sistema, che persino lo Stato si sia accorto che l’innovazione sia importante per la crescita del Paese. La realtà è diversa, però: le start up italiane sono fuffa nel 95% dei casi. E molto spesso dietro al mondo delle start up si nascondono ruberie, finanziamenti impropri, carriere dubbie da story teller dell’innovazione.

Le start up italiane sono fuffa

Proviamo a metterci nei panni di un investitore che dovrebbe mettere i suoi soldi per finanziare una start up. Che cosa si sente raccontare di solito? Idee a cui nessuno aveva pensato prima (perché non c’è mercato ovviamente) oppure idee già realizzate qualche decina di migliaia di volte sul web. Giusto per fare un esempio: quante volte ci è stato presentato come innovativo, addirittura disruptive, il social network per mettere in contatto le persone con interessi comuni? Qualche decina o centinaia di volte. Almeno.

Non vogliamo girare attorno alle cose: in Italia molte volte coloro che fanno start up non hanno l’obiettivo di diventare ricchi o almeno di migliorare il mondo. Il loro obietivo è quello di poter distribuire ad amici e parenti un bigliettino da visite con su scritto CEO. Si tratta di persone che altrimenti sarebbero disoccupate o magari alla ricerca disperata della raccomandazione per ottenere il posto pubblico.

La startup per loro è una specie di anno sabbatico: con i soldi di mammà o di altri sventurati parenti, aprono per seguire i loro sogni e soprattutto per poter gridare al mondo che sono CEO di qualcosa. Poi inizia la sarabanda degli aperitivi, degli incontri per startupper e diventa difficile pensare a come queste persone possano pianificare la nascita di un’azienda (e per di più di un’azienda che si suppone debba crescere con dei tassi davvero elevati) con un tasso alcolico così elevato. Forse ci vorrebbe l’alcool test per gli startupper prima che qualche incauto investitore ci butti dentro i suoi soldi.

Qual è l’occupazione principale dello startupper medio italiano? Non scrivere software, non pianificare la crescita tumultuosa della sua azienda. L’obiettivo dello startupper è semplicemente quello di convincere più investitori possibili a investire nella sua startup. E ovviamente quei poveri e sprovveduti investitori che ci cascano, non rivedranno mai nemmeno un centesimo dei loro soldi.

Se esaminiamo tutto il variegato mondo dei siti che fanno informazione sulle startup italiane ci accorgiamo subito che per loro il successo di una startup consiste nel raccogliere più soldi possibili. Se proprio va bene, nelle exit, cioè nelle vendita in blocco della startup. Ma tutto questo è fuffa. La startup non è altro che un’azienda e il successo di un’azienda può essere misurato solo da un elemneto: l’utile netto che viene distribuito ai soci alla fine di ogni esercizio.

Un’azienda di successo è un’azienda che fa utili. Un’azienda che raccoglie finanziamenti non è un’azienda di successo. Se riuscirà a garantire nell’immediato futuro un flusso di utili tali da ripagare gli investimenti, allora sì, sarà un’azienda di successo. Altrimenti la possiamo definire semplicemente come una trappola per polli ansiosi di farsi spennare con la promessa di facili guadagni.

Exit di startup italiane

Christian Sarcuni

Christian Sarcuni ha venduto la sua start up Pizzabo per 51 milioni di euro, una delle exit di maggior successo della storia delle start up italiane.


A questo punto qualcuno sicuramente alzerà il ditino e farà notare che anche in Italia ci sono state exit clamorose, con startup valutate anche decine di milioni di euro. E’ vero, ci sono stati alcuni rarissimi casi. Giusto per chiarire le cose, prendiamo l’esempio della exit più clamorosa e più celebrata sui social, quella di Pizzabo, fondata dallo studente fuori sede Christian Sarcuni a Bologna. L’azienda è stata ceduta per ben 51 milioni di euro e ha scatenato al massimo tutti gli story tellers all’amatriciana che ammorbano l’ambiente delle startup italiane.

Onore e complimenti al bravo Christian Sarcuni, sicuramente un’ottima persona, ma a noi non interessa il caso specifico, interessa fare delle considerazioni generali. Diciamo subito che nel caso di Pizzabo non è stato comprato un brevetto o un software innovativo. Nemmeno l’idea alla base è innovativa, trattandosi di una piattaforma di food delivery, un mercato che per gli standard dell’high tech sta per diventare maturo. La grade fortuna di Christian Sarcuni è stata quella di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. In pratica, Pizzabo presidiava un’importante fetta di mercato nel Nord Italia e si è trovata al centro della lotta senza quartiere tra la britannica Just Eat e la tedesca Rocket Internet. Quest’ultima ha pensato bene di comprare Pizzabo non per il suo valore aggiunto, ma semplicemente per annettersi il suo mercato e per contrastare Just Eat sul mercato italiano. Ecco che ha messo mani al portafoglio e ha pagato 51 milioni di euro per acquisire il controllo della startup Pizzabo. Non è passato molto tempo che Rocket Internet e Just Eat hanno firmato la pace o almeno un patto di non aggressione. Nell’ambito di questo patto ci sono state varie cessioni: Rocket Internet ha ceduto Pizzabo, Nevera Roja (Spagna) e alcune divisione sudamericane a Just Eat. Just Eat, a sua volta, ha ceduto alla sua (ex) concorrente principale alcune divisioni asiatiche. In pratica i due colossi si sono suddivisi le sfere di influenza.

E Pizzabo? Just Eat aveva bisogno solo del mercato di Pizzabo, non della sua tecnologia nè delle persone che ci lavoravano. La decisione del nuovo proprietario è stata quella di trasferire la sede da Bologna a Milano. I lavoratori di Pizzabo sono entrati subito in agitazione, probabilmente pensavano di essere stati assunti da un comune del Sud Italia e non da una startup innovativa. Il trasferimento è stato visto come un attacco ai loro diritti acquisiti e ha scatenato l’assalto anche di sindacalisti famelici. Una storia pienamente italiana, dunque. Pare che il trasferimento sia dispiaciuto anche all’ex proprietario Christian Sarcuni che, almeno ufficialmente, aveva imposto alcuni paletti al momento della vendita. Comunque siamo più che sicuri che il bravo imprenditore saprà farsene una ragione e saprà consolarsi: con 51 milioni di euro non è difficile, in fondo.

Acceleratori e incubatori

Il quadro delle startup italiane delineato fino ad ora potrebbe al massimo strappare un sorriso sarcastico. Ma adesso arriviamo al peggio: acceleratori e incubatori. Si tratta di aziende che si danno l’obiettivo di aiutare la crescita delle star up innovative, di farle nascere (incubatori) o accelerarle (acceleratori) in ambienti controllati, dove sarebbero disponibili tutti i servizi necessari, garantendo quindi allo startupper di potersi concentrare solo sul core business (cioè sfondarsi di aperitivi negli eventi).

Purtroppo però questi acceleratori e incubatori non vivono solo dai soldi che le startup pagano loro, come sarebbe giusto. Separare i soldi dai cretini potrebbe addirittura essere visto come qualcosa di positivo e utile alla crescita complessiva dell’economia. Anzi, quasi mai succede questo. E non vivono nemmeno valorizzando gli investimenti in start up. Purtroppo questi soggetti vivono di fondi pubblici e dei fondi pubblici fanno un po’ quello che vogliono. Non scendiamo nei dettagli per un motivo preciso: sono piuttosto permalosi e molto propensi a intentare cause. Visto che si possono permettere avvocati costosi e visto che non abbiamo la vocazione del martirio, non ci addentriamo in questo ginepraio. Antonio Lupetti, uno dei più importanti blogger high tech italiani, ci aveva provato. Dopo qualche mese ha cancellato completamente (cancellato) il suo blog. Meditate gente, meditate.

Il bello è che questi soldi pubblici spariscono in una voragine senza fondo (tipicamente italiana) ma il meccanismo è tanto perfetto che l’opinione pubblica invece di indignarsi ne è addirittura entusiasta perché l’investimento in startup da parte dello Stato è visto come positivo. In pratica gli amici degli amici incassano a spese degli italiani e gli italiani nemmeno si arrabbiano? Sono contenti di pagare? Sì, lo sono. E la colpa è tutta degli story tellers alla Riccardo Luna.

Gli story tellers delle start up italiane

riccardo luna

Non abbiamo nulla contro Riccardo Luna. Il giorno che farà chiarezza sui suoi personali profitti legati agli eventi che organizza diremo addirittura che è una brava persona.


Chi sono questi story tellers? Sono personaggi alla Riccardo Luna, giornalisti che si prestano a cantare le gesta epiche delle start up italiane su siti online come “Che Futuro” o su quotidiani come Republica. Questi cantori dell’innovazione all’amatriciana hanno seguiti sui social piuttosto ampi, sono percepiti come personaggi positivi, in opposizione allo squallore della situazione italiana. In realtà, fanno parte perfettamente della recita che viene proposta, giorno dopo giorno, agli italiani. Per dire il famoso sito “Che Futuro” è di proprietà di MedioBanca, istituto al centro di tutte le peggiori trame finanziarie della Prima Repubblica. Per dire, ecco chi finanzia questi cantori dell’Innovazione e delle Start up italiane. Sono colpevoli di qualcosa? Probabilmente no, sono giornalisti che nel puro stile italiota si vendono al miglior offerente. E in questo caso magari sono anche in buona fede, credono davvero in quello che fanno. Detto in altre parole, non sono loro a metterlo in quel posto, loro sono la vasellina.

Sull'autore

Gennaro Parisi

Laureato in Economia e Commercio all'Università di Bari nel 2003, appassionato di finanza, di politica e di economia.

1 Commento

  • Fuffa. Niente altro che fuffa. Ma un giorno qualcuno veramente me la deve spiegare questa degli aperitivi. Gli startupper ruotano come birilli tra un aperitivo e l’altro, ma quando lo trovano il tempo per lavorare? Alla fine il loro lavoro consiste nello spillare soldi agli investitori.

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