Innovazione e startup

Start up: chi sono le corporate venture italiane?

In un recente articolo, il quotidiano economico italiano Il Sole 24 Ore ha disegnato l’identikit del corporate venture attivo nel Bel Paese, accompagnando la descrizione con una chiara infografica. Lo scopo è di individuare quali sono gli investitori interessati all’universo delle start up, così come dell’innovazione del fare impresa innovativo del presente. La profilazione del corporate italiano intende, infatti, diventare un punto di riferimento nella comprensione generale degli investimenti, perché è noto che questa tipologia di imprese necessitano sempre più di figure abili nel credere nella loro attività, nel loro spirito innovativo e nella loro bontà ai fini dello sviluppo sul mercato.

I dati dimostrano che sono 40 mila gli investitori che, finora, hanno creduto nelle oltre 6 mila start up italiane che sono iscritte al Registro delle Imprese del paese. Si tratta dei dati raccolti dal Primo Osservatorio Open Innovation e Corporate Venture Capital curato da Assolombarda, dall’associazione Italia Startup e da SMAU. I dati rivelano che nel bacino degli investitori si contano 5mila corporate che hanno concentrato il capitale su circa 2mila start up innovative. È interessante notare che il 16% delle società che hanno scelto di investire nelle imprese innovative non attua una scelta univoca, ma è presente nel capitale di diverse società

L’identikit delle corporate che investono nelle start up del paese

Chi sono le imprese che intendono investire e che lavorano con il corporate venturing nel paese? Si tratta, secondo i dati raccolti, soprattutto di large corporate, quindi di aziende che dimostrano un fatturato superiore ai 50 milioni di euro. Il totale di queste imprese è di 2.858, al quale fa seguito 301 medie imprese e 943 imprese. Quale è lo scopo del corporate venture? L’Osservatorio ha stimato con la sua ricerca che il corporate venture capital viene attuato con lo scopo di favorire la ricerca e lo sviluppo e con fini di trasformazione digitale. Il 77% dei soci che operano nel settore industriale sceglie, infatti, di investire nelle in start up attive nei servizi e che operano prevalentemente nel settore della ricerca e dello sviluppo. A questa percentuale fa seguito il 61% delle imprese che operano nella meccanica e che scelgono di investire i loro capitali in start up che lavorano nei di software e informatica, mentre il 76% si rivolge alle imprese innovative impegnate nel campo della produzione hi tech.

I dati raccolti dimostrano, su tutto, quali sono i settori di interesse da parte di chi investe nelle start up. A detta degli esperti, la pratica del corporate venture capital sta diventando anche la più praticata in Italia. Quali i motivi? Su tutti la sfida alla digitalizzazione, che se attuata attraverso questa pratica di investimento può permette alle società già attive ma lacunose dal punto di vista tecnologico di migliorare il proprio asset, guadagnandoci in tecnologia e in competitività. I prodotti e i servizi ‘sfornati’ dalle start up possono, infatti, diventare il punto di partenza per la digitalizzazione delle imprese, un felice porto di partenza per le imprese che stanno cercando di crescere a livello internazionale e nazionale, nonché l’aiuto che serve alle innovatrici per apportare tecnologia, novità e freschezza nel panorama nazionale.

L’investimento interno fa quindi bene alle start up, perché è per loro vitale e alle imprese che hanno scelto di investirci che possono disegnare investimenti a lungo raggio. In questo modo, si può dare vita a un ciclo virtuoso che è già attivo in tutto il mondo e che, solo nel presente, si sta sviluppando anche nel Bel Paese. Il corporate venture capital può, inoltre, surclassare la sua pura natura di investimento e spingere la competizione verso modelli di business e chains value diverse, che annoverano competenze alternative e che formano figure professionali necessarie a generare questa catena di valore. L’investimento acquista, quindi, una natura duplice, che guarda alla bontà economica per ambo le parti, ma anche ai modelli comportamentali e alla formazione del personale nel futuro più prossimo.

Corporate Venturing: il caso Italeaf

Un caso può spiegare un meccanismo virtuoso di investimento rivolto alle start up operative nel paese. Si tratta delle operazioni di open innovation condotte da Italeaf, denominata dagli esperti ‘la fabbrica delle fabbriche’ perché ha scelto di investire fortemente nella creazione di aziende ad elevato contenuto tecnologico. Il settore di riferimento è, in questo specifico caso, il cleantech e l’industria sostenibile, quindi Italeaf è quotata sul mercato Nasdaq Omx First North della Borsa di Stoccolma e nel corso 2015 ha dimostrato l’abilità di generare un fatturato del valore di 371 milioni di euro di ricavi. Dati ottimi, seguiti da un utile netto consolidato di 2,5 milioni di euro.

Quale il modello di questa corporate investitrice? La volontà che sta alla base delle scelte aziendali è l’affermazione di un nuovo “made in Italy” dove le tecnologie di nuova generazione si sposano felicemente con la storica e tradizionale capacità manifatturiera e di design dell’industria nostrana. Si tratta di un mix esplosivo, della base che può generare iniziative industriali innovative nei comparti a che dimostrano, dati alla mano, il più elevato tasso di crescita su scala nazionale. Per raggiungere questo obiettivo Italeaf crede nelle start up che vogliono diventare imprese e le ricerca, al fine di depositare investimenti che possano far germogliare i progetti e apportare beneficio all’intera catena produttiva.

Un esempio può essere ricercato nella newco Wisave, attiva nel settore dell’internet of things e impegnata nello sviluppo e nella produzione di termostati intelligenti, nonché di tecnologie applicabili al controllo remoto dei sistemi di riscaldamento e di raffrescamento degli edifici. Si tratta di un chiaro settore innovativo, richiesto a gran voce dal mondo intero con lo scopo di diminuire gli sprechi energetici, massimizzando le risorse e apportando non solo economia alle famiglie, ma un miglioramento in termini generali dello sfruttamento delle energie nel pianeta.

Italeaf crede in questi progetti e, per formare Wisave, ha generato un seed iniziale di 120mila euro e un successivo round di equity financing da 600mila euro. L’investimento ha quindi permesso di generare uno sviluppo industriale importante, che ha saputo scavalcare i confini nazionali e raggiungere opere raffinate oltre oceano, come l’installazione dei supporti Wisave al Science and Technology Park di Hong Kong.

Sull'autore

Valeria Martalò

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