Sterlina, nuove pressioni ribassiste nel futuro
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Sterlina, nuove pressioni ribassiste nel futuro

Dopo l’incidente di venerdì scorso, che ha prodotto un corposo calo nelle quotazioni della sterlina (che è precipitata in pochi minuti da 1,26 a 1,18 GBP/USD), e che è stato provocato da ordini di vendita scattati erroneamente durante la sessione asiatica, le pressioni al ribasso per la valuta d’oltre Manica non sono certamente finite, anzi. Di fatti, se da una parte è pur vero che la sterlina si è ripresa dall’incidente di venerdì già nelle ore precedenti al flop (che ancora non si è compreso se sia stato determinato da un errore manuale o da un errore automatico), la valuta non è riuscita a ripristinare i valori prima dell’incidente, e questa mattina, dopo la riapertura del mercato giapponese (che era chiuso insieme a quello statunitense), è di nuovo in calo, in area 1,22 GBP/USD (contro euro a 0,90 EUR/GBP).

Archiviato parzialmente quanto accaduto negli ultimi giorni, si può cercare di guardare con maggiore precisione a quello che potrebbe succedere alle quotazioni della sterlina nei prossimi giorni. A nostro giudizio, è molto probabile che le pressioni al ribasso della valuta britannica possano proseguire in maniera piuttosto corposa ancora per diverso tempo, visto e considerato che è proprio questo il periodo in cui dovrebbero prevalere le pressioni ribassiste in funzione di un taglio dei tassi della Bank of England, alla riunione del 3 novembre, di un rialzo della Federal Reserve prima di fine anno, e delle incertezze sulla linea negoziale che il governo britannico terrà dopo aver invocato l’articolo 50 dopo il primo trimestre del 2017.

Cominciamo proprio da quest’ultimo punto. Sulla base delle esternazioni recenti del primo ministro Theresa May, tutto sembra lasciar intuire che ci troveremo di fronte a una hard Brexit, ovvero a una uscita particolarmente dura e tortuosa della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Le posizioni del governo britannico sono infatti piuttosto duro e nette, e anche se l’obiettivo è rimanere nel Mercato Unico, c’è comunque la drastica consapevolezza di non voler compiere delle concessioni rilevanti all’Unione Europea. La quale, di per se dimostra di non gradire l’atteggiamento della controparte londinese, e dimostra altresì di non aver ancora digerito le lungaggini che condurranno l’avvio del biennio di negoziazione solamente a marzo 2017, nove mesi dopo il referendum Brexit del 23 giugno. A quanto sopra bisogna aggiungere il fatto che, in buona evidenza, vi è il rischio ulteriore che le negoziazioni siano acuite dalla stagione elettora del vecchio Continente: se le previsioni e i sondaggi dovessero trovare realtà, diversi Stati europei cambierebbero la struttura degli schieramenti parlamentari in favore di movimenti ultrapopulisti, portatori di interessi tendenzialmente egoistici.

Insomma, la possibilità che si possa sperimentare una hard Brexit è molto alta, almeno per il momento. Tuttavia, gli osservatori sperano che con il tempo le posizioni del governo britannico si ammorbidiscano, soprattutto quando partiranno le negoziazioni effettive. Su questa valutazione, gli investitori ritengono in misura crescente che la sterlina possa parzialmente riprendersi il prossimo anno, sempre a patto che il rallentamento atteso nel 2017 resti approssimativamente entro i limiti prospettati dalla Bank of England a 0,8 per cento l’anno prossimo dal 2,0 per cento stimato per quest’anno. A sua volta, il recupero non riporterebbe facilmente il cambio sui livelli pre-referendum sopra 1,40 GBP/USD.

Ulteriormente, si deve tenere in considerazione il fatto che nei prossimi mesi usciranno nuovi studi e nuove previsioni sull’impatto della Brexit sull’economia britannica. Dalla negatività (o meno!) dell’evento, potrebbero sorgere sorprese negative o positive per l’evoluzione della valuta.

Per quanto attiene invece le scelte della Federal Reserve, rinnoviamo ancora una volta l’impressione che l’istituto federale americano possa optare per un rialzo dei tassi Fed nel brevissimo termine, ma non a novembre. Gli ultimi dati macroeconomici usciti, e relativi ad agosto e a settembre, sono sicuramente positivi e confortanti. Tale è la lettura del report sull’occupazione di recente pubblicazione: al di là dell’incremento del tasso di disoccupazione (dal 4,9 per cento al 5 per cento) tutti i dati in esso contenuti sono comunque giudicabili in via soddisfacente e, soprattutto, sembrano essere coerenti con la strada costante e graduale di recupero verso la piena occupazione. Anche l’incremento del tasso di disoccupazione non è di per se un elemento necessariamente negativo: come avvenuto in questo caso, l’incremento del tasso è legato principalmente all’aumento della forza lavoro (segno che, in altri termini, sempre più statunitensi hanno trovato la fiducia nella situazione economica propria e nazionale, e si sono rimessi alla ricerca di un posto di lavoro).

Alla luce di quanto sopra, riteniamo che le condizioni per un pronto rialzo dei tassi di interesse siano oramai assodate. Tuttavia, riteniamo che la Federal Reserve non romperà gli indugi nel corso della riunione di inizio novembre, a meno che i dati non siano talmente favorevoli da rendere impossibile un ulteriore rinvio di tale scelta. Il meeting FOMC di inizio novembre cade infatti pochi giorni prima dell’altro grande evento di fine anno, le elezioni presidenziali statunitensi, e tradizionalmente la Fed preferisce non sovrapporre due spunti così rilevanti.

Insomma, lo scenario sembra essere ora più chiaro rispetto al passato. La sterlina sta accumulando nuove pressioni al ribasso che nei prossimi mesi potrebbero rendere molto più arduo il recupero delle quotazioni, che comunque difficilmente il prossimo anno saliranno oltre al soglia abbandonata prima del referendum sulla Brexit. A proposito della Brexit, la sua incidenza sulla sterlina sarà molto aspra, e per il momento le quotazioni della sterlina e i mercati finanziari sembrano scontare una soft Brexit, nonostante le dichiarazioni della premier May sono totalmente opposte a questo scenario. Infine, la divergenza tra le politiche monetarie delle banche centrali (Fed, BoE, Bce) dovrebbe trovare formalizzazione nella riunione di novembre o in quella di dicembre, quando: la Federal Reserve alzerà i tassi di interesse di riferimento; la Bank of England adotterà una politica opposta di taglio dei tassi; la Banca centrale europea annuncerà l’allungamento del quantitative easing e – forse – una modifica della struttura della stessa strategia di “generosità” monetaria.

ottobre 12, 2016

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roberto


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