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Tassi Fed: cosa sono, perchè sono importanti e cosa accadrà in futuro

Si sente spesso parlare di Fed, di tassi Fed e di Fed Funds. Così come si sente spesso parlare di taglio dei tassi, tassi negativi e politica dei tassi. Ma siete sicuri di conoscere esattamente cosa significa tutto ciò? Cerchiamo di fare un pò di chiarezza su questo tema importante e abbastanza complesso, in maniera semplice e immediata. E, visto che ci siamo, cerchiamo anche di prevedere che cosa potrebbe accadere nei prossimi mesi ai tassi Fed, orientando nel migliore dei modi i vostri investimenti nel cambio EUR/USD.

Tassi Federal Reserve

Cominciamo con una breve introduzione sulla Federal Reserve. Conosciuta sinteticamente come l’equivalente statunitense della Bce (la Banca Centrale Europea), la Fed è un ente statale indipendente che svolge le funzioni di banca centrale. Ai nostri fini – ovvero, di policy making in relazione ai tassi – giova ricordare che in seno alla Fed esiste un comitato chiamato FOMC (Federal Open Market Comittee, formato da 5 delegati delle banche regionali che compongono il sistema Fed, e dai 7 membri del board of governers, il consiglio di “governo” che è costituito da soli membri nominati dal presidente degli Stati Uniti. Tra le varie attività del FOMC, che supervisiona le operazioni di politica monetaria, vi è la possibilità di stabilire i tassi di interesse Fed. Ma cosa sono?

Tasso Fed Funds definizione

Quando si parla di tassi Fed, o Federal Funds Rate, ci si riferisce ai tassi di interesse che le banche del sistema nazionale si “addebitano” per i prestiti overnight, che altro non sono che i prestiti di un giorno che vengono veicolati attraverso il Federal Reserve System. Il tasso non è tuttavia stabilito dal FOMC, quanto in autonomia dallo stesso sistema in funzione della domanda di mercato e a seconda degli obiettivi di politica monetaria. In altri termini, ha una funzione di “tasso pivot”, così come avviene con il tasso di sconto italiano.

Tassi Fed Bce

Il tasso ufficiale di sconto è, in realtà, un retaggio del passato, sostituito dal 1999 dal tasso ufficiale di riferimento della Banca centrale europea. Prima di tale data, la Banca d’Italia fissava un vero e proprio “costo” con cui prestava denaro alle altre banche del sistema. Modificando il tasso ufficiale di sconto, Bankitalia poteva in tal modo cercare di regolare i flussi di credito nel sistema, visto e considerato che per poter ridurre i crediti, poteva optare per un innalzamento del tasso ufficiale di sconto e per poter aumentare i crediti, poteva optare per una riduzione del tasso ufficiale di sconto. Le conseguenze sono, in verità, piuttosto importanti: se infatti la Banca centrale riduce il tasso di sconto, punta a rendere il denaro più “conveniente”, stimolando così i consumi e gli investimenti. Sulla base del tasso ufficiale di sconto vengono infatti determinati i tassi di interesse con cui le banche erogano denaro ai propri clienti, e il tasso interbancario, con cui le banche si prestano il denaro tra di loro.

A partire dal 1999, come già anticipato, il tasso ufficiale di sconto è stato sostituito dal tasso ufficiale di riferimento, fissato dal 1 gennaio 2004 (in precedenza, era compito di Bankitalia) ogni sei settimane dal Consiglio direttivo della Banca centrale europea per poter determinare il costo delle operazioni di rifinanziamento principale dell’Eurosistema.

Fed Tassi USA

Chiariti tali concetti per i confini a noi più vicini, la medesima cosa è attuabile nei confronti della Federal Reserve, che influenza il costo del denaro fissando il proprio tasso di riferimento per le operazioni di rifinanziamento, che a sua volta rappresenta il punto di partenza in base al quale le banche si scambiano denaro tra di loro.

Come dovrebbe risultare chiaro attraverso le affermazioni di cui sopra, la Fed può modificare la propria politica monetaria, il costo dei finanziamenti nel sistema e lo stimolo monetario, attraverso la variazione del tasso base.

Tassi Fed 2016

Attualmente il tasso di riferimento Fed è pari allo 0,50%. Si tratta di un costo in crescita rispetto al minimo storico toccato il 16 dicembre 2008, quando il costo del denaro fu tagliato allo 0,25%, al termine di una lunga serie di repentine flessioni del costo del denaro di cui una, la penultima, particolarmente importante: il 28 ottobre 2008, in uno dei momenti di apice delle difficoltà economico-finanziarie globali, il FOMC optò per ridurre it assi di riferimento Fed dall’1% allo 0,25%. A sua volta, il livello dello 0,25% fu confermato nelle varie sedute del FOMC per ben sette anni: era il 16 dicembre 2015 quando il FOMC decise di rialzare i tassi, invertendo la rotta di flessione del costo del denaro (prima) e di stabilità dello stesso (poi). L’incremento, di 25 bp (punti base), portò il tasso Fed dello 0,5%. Con tale decisione la Fed affermò altresì di essere pronta a perseguire una strada di rialzo dei tassi graduale ma costante, prevedendo tra i 2 e i 4 rialzi dei tassi per il 2016. Ma come è andata a finire?

In realtà la Fed si dimostrò ben più cauta delle dichiarazioni precedenti, tanto che – almeno per il momento – il comitato non ha optato per alcun rialzo dei tassi, confermando di volta in volta il tasso di riferimento dello 0,5% e destreggiandosi in una retorica comunicativa che lasciava aperte le porte a un rialzo nel breve termine. Purtroppo, situazioni endogene e – soprattutto – esogene non hanno permesso la maturazione di una decisione unanime all’interno del comitato, nè di una chiara maggioranza sul da farsi. Ne è conseguito che, sessione dopo sessione, si è scelto di confermare l’attuale costo del denaro.

La prossima riunione, fissata per settembre, non dovrebbe apportare alcune novità. Nonostante alcuni dati macroeconomici particolarmente positivi (come quello sul mercato del lavoro, ad esempio), il quadro economico statunitense non è affatto omogeneo: l’ultima delusione è provenuta dai dati sulle vendite al dettaglio, che hanno profondamente deluso gli analisti. E in un Paese in cui i due terzi del Pil derivano proprio dai consumi, appare chiaro come a risentirne potrebbe essere il Pil e, dunque, le prospettive di crescita nazionali. Se a ciò aggiungiamo anche il fatto che le elezioni presidenziali statunitensi si stanno avvicinando a gran ritmo, ne deriva che non solamente a settembre non vi sarà alcun rialzo dei tassi, ma anche nelle restanti riunioni dell’anno (2) potrebbe essere confermato lo stesso livello del costo del denaro, rinviando pertanto il nuovo rialzo al 2017. A conferma di ciò, si dia uno sguardo alle stime del Cme Group, secondo cui le possibilità che la Fed opti per un rialzo dei tassi è oggi al 43% (dunque, minoritaria) rispetto al precedente 52% dell’ultima rilevazione.

Tassi altre banche

In realtà, il costo del denaro non è identico in tutto il mondo, visto e considerato che ogni Banca centrale agisce come ritiene più opportuno. Per esempio, in Russia il tasso di rifinanziamento è del 10,5%, mentre in Brasile è del 14,25%. In alcune parti del mondo il tasso è praticamente pari a zero (si pensi all’area Euro o al Giappone).

Sull'autore

Roberto Rossi

Perito Informatico ma appassionato del trading online con i CFD. Mi occupo di stesura articoli sul trading online, CFD e forex.

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