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Unicredit, al via il maxi aumento di capitale

Dopo lunghe attese, ieri i fari di Piazza Affari si sono fortemente accesi sul titolo Unicredit, particolarmente sotto pressione per esser divenuto protagonista di quella che è la più importante e ampia operazione di ricapitalizzazione nella storia di Borsa Italiana. Un’operazione dalle vaste dimensioni e dalla profonda complessità, dalla quale l’istituto di credito dovrebbe uscirne adeguatamente rafforzato, in linea con i desideri europei. Ma quali sono le caratteristiche dell’operazione? E perché sarebbe opportuno tenerne conto, in un clima di grande focalizzazione sul titolo della banca?

Che cosa ha intenzione di fare Unicredit

L’operazione di aumento di capitale di Unicredit è da realizzarsi per poter permettere alla banca europea di rafforzarsi patrimonialmente e incontrare senza patemi i requisiti previsti dalla normativa europea. In tutto, Unicredit ambisce a aumentare il capitale nella misura di 13 miliardi di euro. E, in fondo, è sufficiente questo numero monstre per poter avere una prima idea di quanto possa essere delicata e impattante la ripatrimonializzazione che l’istituto di credito vorrebbe condurre in porto senza sgradite sorprese che – invece – avrebbero un effetto fortemente controproducente per i suoi equilibri di breve termine.

Quali sono le caratteristiche dell’operazione

L’operazione di aumento di capitale – apertasi ieri e in conclusione il prossimo 10 marzo – prevede che i nuovi titoli siano offerti a un prezzo pari a 8,09 euro per azione, con un rapporto di opzione, a beneficio degli attuali azionisti, pari a 13 nuove azioni ordinarie ogni 5 vecchie azioni di ogni categoria detenute, con scadenza il prossimo 17 febbraio. In altri termini, gli attuali azionisti della banca hanno altri 10 giorni di tempo per scegliere se esercitare il diritto di opzione ed acquistare al suddetto prezzo 13 nuove azioni ogni 5 azioni già possedute, vendere il diritto di opzione o lasciarlo scadere senza che sia esercitato.

Il prezzo è giusto?

Il prezzo ingloba uno sconto sul Terp (li Theorical ex right price) del 38%. A sua volta il Terp rappresenta – come intuibile dalla denominazione di questo indicatore – un prezzo teorico post stacco del diritto, ovvero il prezzo che si stima che l’azione debba avere una volta che il diritto di opzione non è più implicito nel titolo stesso, e che dovrebbe essere pari a 13,11 euro. Gli analisti di Intermonte dichiarano, in tal proposito, che il target precedente (29 euro) è stato modificato per poter tenere conto dell’incremento di capitale a 14,50 euro, e che la precedente raccomandazione viene conservata fino al momento in cui verranno diramati i risultati definitivi del 2015, e verrà quindi lavorata la revisione della valutazione post aumento di capitale.

Chi sottoscrive l’aumento (e chi no)

L’operazione diventa dunque una importante chiave strategica per i soci che decideranno di riposizionarsi all’interno del capitale sociale della banca, visto e considerato che l’esercitare l’opzione, o il non esercitarla, potrebbe avere un impatto in termini relativi molto elevato. Per il momento, tra coloro che hanno dichiarato di sottoscrivere l’aumento c’è la Fondazione di Cariverona, che è azionista attuale con il 2,2%, e che ha affermato di voler partecipare al 73%, diluendo così la sua partecipazione all’1,8%. La Fondazione Crt si stima che possa invece aderire per la sua quota, pari al 2,3%, stando almeno alle ultime dichiarazioni della presidenza. Capital Resarch, che è socio di Unicredit al 6,7%, dovrebbe sottoscrivere tutti i diritti di opzione e rimanere in tal modo con la stessa fetta di partecipazioni. Dubbio è l’esito delle valutazioni in capo al fondo sovrano di Abu Dhabi, la Mubadala Investment Company Pjsc, che ha il 5%. Così come dubbia, in fondo, è la volontà di BlackRock e della banca centrale libica e il fondo sovrano Lia, che in totale hanno il 4%. Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica, azionista al 2% mediante la sua finanziaria Delfin, dovrebbe invece partecipare per la sua quota mentre secondo il quotidiano La Repubblica Francesco Gaetano Caltagirone non avrebbe ancora deciso nulla.

Giorni di fuoco per Unicredit

Nella sua settimana di inizio operazioni, Unicredit dovrà mettere nel mirino anche il suo consiglio di amministrazione, previsto per il 9 febbraio. In quell’occasione dovrebbe essere tolto il velo sui risultati già anticipati a suo tempo, e che dovrebbero vedere la banca chiudere il bilancio 2016 con una perdita di 11,8 miliardi di euro, a cui ha visibilmente contribuito la pulizia dei non performing loans.

Sull'autore

Roberto Rossi

Perito Informatico ma appassionato del trading online con i CFD. Mi occupo di stesura articoli sul trading online, CFD e forex.

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