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Unicredit, l’ultimo giorno di Federico Ghizzoni

Oggi si riunisce il Consiglio di Amministrazione di Unicredit e per Federico Ghizzoni c’è solo una certezza: sarà defenestrato. Ghizzoni non entra da dimissionario, forse vuole che gli sia riconosciuto almeno l’onore delle armi, ma il risultato non cambia. I grandi soci di Unicredit hanno già decretato il suo destino. Ghizzoni ha continuato a lavorare fino all’ultimo, persino ieri era a Madrid dove ha inaugurato la filiale spagnola del gruppo e ha incontrato diverse figure istituzionali. Ma oggi è il suo ultimo giorno di lavoro.

Ghizzoni probabilmente paga colpe non sue
. Il grande male di Unicredit, così come della grande maggioranza delle banche italiane, è la mancanza di capitale, divorsato dalle sofferenze. Unicredit è la seconda banca italiana e quindi anche le sofferenze hanno raggiunto una dimensione apocalittica: si parla di quasi 75 miliardi di euro. E facendo due conti, considerando gli accantonamenti già fatti sulle perdite e il possibile prezzo di realizzo per una cessione, a Unicredit per stare sicura servono almeno 9 miliardi di euro di capitale.

Il problema è che un aumento di capitale di queste dimensioni sarebbe estremamente problematico: alcuni non hanno i soldi, altri ce li hanno ma una loro crescita nel capitale della seconda banca italiana sarebbe meno che opportuno. Ecco i principali soci di Unicredit:

Denominazione Azioni Ordinarie Percentuale
Aabar Luxembourg S.A.R.L. 301.280.851 5,039
BlackRock Inc. 298.540.983 4,993
Fondazione Cassa di Risparmio Verona, Vicenza, Belluno e Ancona 206.864.640 3,460
Central Bank of Libya 174.765.354 2,923
Fondazione Cassa di Risparmio di Torino 150.467.668 2,517


Analizzando la tabella, si scopre che al primo posto si trova Aabar
, un fondo di investimenti di Abu Dhabi che ovviamente trabocca di dollari. E al quarto posto abbiamo addirittura la Banca Centrale della Libia. Anche se la Libia non esiste più, la Banca Centrale continua a esistere (si è trasferita a Malta) e continua a gestire un patrimonio immenso. Detto per inciso, continua anche a finanziare tutte le possibili milizie che si combattono oggi nella confusa guerra civile libica, grazie ai finanziamenti a pioggia erogati dalla Banca Centrale oggi in Libia fare il miliziano è uno dei mestieri meglio pagati, non importa in fondo nemmeno per chi si combatta. Se fosse deliberato l’aumento di capitale da 9 o 10 miliardi sia Aabar che la Banca Centrale libica avrebbero i soldi per partecipare. Ma siccome gli altri soci non li hanno questi soldi, la loro posizione si rafforzerebbe ulteriormente. E questo è meno che opportuno in questo momento.

Federico Ghizzoni

Federico Ghizzoni sta per essere cacciato da Unicredit. A lui si attribuiscono colpe non sue.

I soci che non hanno i soldi sono le casse di risparmio: inventate dall’autoproclamato salvatore della patria Giuliano Amato (quelle del prelievo notturno dai conti correnti degli italiani) sono state un vero e proprio fallimento. Incapaci di gestire in maniera opportuna i patrimoni immensi (e spesso secolari) loro affidati, hanno garantito prebende, finanziamenti a pioggia e comode poltrone ben renumerate ai politici trombati.

Giusto per capire meglio, la peggiore fondazione in assoluto, quella del Monte dei Paschi di Siena, finanziava il circolo di tennis dove giocava lo stesso Giuliano Amato, oltre che ovviamente migliaia di altre iniziative dal dubbio valore sociale. Ecco che cosa sono le fondazioni bancarie. L’uso migliore in assoluto che si poteva fare di tutto questo patrimonio era consegnarlo al fondo per l’ammortamento dell’immenso debito pubblico italiano ma questa è un’altra storia.

La cosa che ci interessa adesso è che le fondazioni non hanno un centesimo e non potrebbero partecipare all’aumento di capitale. Ci sarebbe Black Rock è vero, ma si tratta di un fondo di investimento che non ha alcun interesse al controllo, il suo obiettivo è far rendere i soldi dei risparmiatori. E non è detto che partecipare all’aumento sia una buona idea sia nel breve periodo che nel lungo. Il problema di fondo è che c’è ancora troppa polvere sotto il tappeto e probabilmente sarà necessario fare un aumento di capitale all’anno per i prossimi anni. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere.

Alternative all’aumento di capitale

Ci sono alternative all’aumento di capitale? Una potrebbe essere la cessione delle controllate europee. Ma è una soluzione solo apparente, perché nel caso migliore lascerebbe invariati i parametri patrimoniali della banca. In quello realistico, comporterebbe delle perdite. E’ quello che è successo, ad esempio, con l’infelice cessione della controllata ucraina. Unicredit ha dovuto segnare una perdita di 600 milioni di euro dovuta sia al prezzo stracciato a cui la filiale è stata ceduta e sia al cattivo andamento della valuta ucraina. Insomma, vendere non è la soluzine e l’effetto sarebbe aggravare ulteriormente la difficile situazione patrimoniale di Unicredit.

fondo atlante

Il Fondo Atlante è veramente in grado di salvare da solo il sistema bancario italiano? Per i media sussidiati è come Capitan America. Proponiamo di dedicare al Fondo Atlante il prossimo colossal della Marvel

Altra soluzione da più parti invocata è l’intervento del fondo Atlante. Per come se ne parla sui media sussidiati, il fondo Atlante è una specie di super eroe della Marvel, non ci stupiremmo se gli dedicheranno presto un colossal. Il fondo Atlante come Capitan America. La realtà è molto diversa. Il fondo Atlante ha già salvato Unicredit sottoscrivendo totalmente l’aumento di capitale della Banca Popolare di Vicenza. Se non lo avesse fatto, sarebbe toccato a Unicredit, garante dell’aumento, farlo. Il problema di Atlante è che non ha soldi: già ha utilizzato più di un miliardo di euro su 5 totali di dotazione per evitare il bail in di Popolare di Vicenza. Di fatto Atlante non ha i 9 o 10 miliardi di euro che servono per salvare Unicredit. E, altra cosa, il fondo Atlante in teoria ha un orizzonte temporale di appena 18 mesi e si propone di ottenere un profitto del 6% annuo. Se dovesse partecipare all’aumento di Unicredit fra 18 mesi l’unica prospettiva, come già abbiamo detto, è quella di partecipare al prossimo aumento di capitale. Non c’è proprio trippa per gatti. L’unico ruolo che il fondo Atlante può recitare nella tragicommedia Unicredit è quello del comprimario. Probabilmente acquisterà un po’ di sofferenze a prezzi leggermente superiori alla media, giusto per dare un po’ di ossigeno al suo principale sottoscrittore. Perché in effetti Unicredit ha sottoscritto ben 1 miliardo del capitale del fondo Atlante.

L’unica alternativa veramente razionale sarebbe la discesa in campo di un cavaliere bianca con 9 milardi in contanti a disposizione. Ma è uno scenario che appartiene più al mondo delle favole che alla realtà.

Le grandi debolezze di Unicredit

alessandro profumo

Alessandro Profumo, molte debolezze attuali di Unicredit dipendono dai suoi errori. Dopo essere stato cacciato da Unicredit, ha guidato Monte dei Paschi di Siena.

Per questo motivo la defenestrazione di Ghizzoni non è un provvedimento razionale. Ghizzoni paga per la grave situazione della banca, ma al momento non ci sono soluzioni risolutive all’orizzonte. Forse si procederà ad un aumento leggero (probabilmente di 5 miliardi di euro), aumento che potrebbe dare qualche mese di ossigeno alle disastrate casse della banca ma che non avrebbero alcun valore risolutivo. In meno di un anno saremmo di nuovo punto e a capo.

Il vero grande colpevole dell’attuale debolezza strutturale di Unicredit è il suo padre fondatore, se così lo vogliamo chiamare, Alessandro Profumo. Fu Profumo a far crescere Unicredit con l’aggregazione di istituti piccoli, medi e grandi, italiani ed europei. Per dire, dentro Unicredit c’è finita anche Banca di Roma. Questo ha comportato una governance difficile ma se la situazione fosse stata gestita in modo trasparente poteva persino trasformarsi in un punto di forza. Profuno non è stato trasparente, operazioni come la salita nel capitale dei libici (che arrivarono anche al 7% del capitale) sono tutto meno che trasparenti. E giusto per ricordare, all’epoca la Libia era governata da uno dei più feroci ditttori di tutti i tempi, Gheddafi, uno che non si faceva scrupoli di far sparere con le mitragliatrici anti-aeree sulla folla disarmata.

I problemi però non stanno solo nella composizione del capitale azionario ma anche nell’organizzazione interna della banca
. A parte il balletto dei cambi di organizzazione continui e forsennati, il lavoratore medio di Unicredit ricopre un ruolo più elevato di quello effettivamente necessario al funzionamento della Banca. Per dirla in altre parole, un esercito di generali e colonelli che non ne vuole proprio sapere di scendere in trincea. Questo significa costo del lavoro spropositato e pessimo servizio alla clientela. I tentativi di Ghizzoni di razionalizzare si sono conclusi con risultati inferiori al necessario. Ma questa non è colpa di Ghizzoni: si sa che in Italia quando un diritto è acquisito, è acquisito. Non importa se questi diritti acquisiti aiutano a mandare a fondo la Banca.

Bail in per Unicredit?

Se i mezzi di comunicazione sussidiati si parla in maniera ottimistica di Unicredit, su alcuni siti indipendenti si inizia a parlare proprio di bail in per Unicredit. E’ una possibilità, almeno nel medio periodo. Purtroppo la situazione peggiora di mese in mese e c’è troppa polvere sotto il tappeto che viene accumulato in puro stile italiota. Prima o poi tutto verrà a galla e saranno davvero dolori. Il fatto è che un bail in per Unicredit avrebbe effetti destabilizzanti per tutto il sistema bancario italiano ed anche europeo. Ecco perché probabilmente si farà di tutto per evitare il bail in. Probabilmente alla fine pagherà Pantalone, cioè ci sarà un intervento pubblico nel pieno stile italiano: socializzazione delle perdite, privatizzazione dei profitti.

Sull'autore

Gennaro Parisi

Laureato in Economia e Commercio all'Università di Bari nel 2003, appassionato di finanza, di politica e di economia.

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