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Verbali FOMC, tanti spunti interessanti per le prossime mosse Fed

Sono finalmente stati pubblicati gli attesi verbali della riunione del FOMC dello scorso 21 settembre. Dal ricco documento viene sostanzialmente ribadito, in linea con le attese, il fatto che all’interno del Comitato di politica monetaria della Federal Reserve esistevano dei giudizi molto diversi, e che non tutti sono stati concordi nella decisione (poi assunta a maggioranza e, dunque, non all’unanimità) di posticipare l’oramai (quasi) improrogabile decisione di alzare i tassi di interesse di riferimento.

Cosa è accaduto nell’ultima riunione FOMC

Dalla lettura dei verbali emerge infatti come nell’ultima riunione abbia prevalso l’opinione dei “centristi”, ma come la decisione sia stata il frutto di due gruppi estremi (le colombe, che hanno preferito attendere, e i falchi, che avrebbero preferito una decisione imminente nel senso del rialzo tassi), che non hanno certamente mancato di puntualizzare la propria posizione, anche con toni aspri. Cercando di trarre una sintesi, appare sicuramente piuttosto forte il consenso rispetto al fatto che lo scenario ideale per un rialzo dei tassi si era rafforzato, e il contemporaneo fatto che era comunque opportuno aspettare ulteriori informazioni di progresso verso gli obiettivi prima di agire.

A fronte di una valutazione dell’economia che rimane diffusamente positiva, la questione più dibattuta ha riguardato l’opportunità di spingere il mercato del lavoro oltre il pieno impiego. In altri termini, si è cercato di comprendere e di condividere se l’attuale condizione del mercato del lavoro, vicinissima a una disoccupazione “fisiologica” sia sufficiente per poter supportare la decisione del rincaro del costo del denaro, o meno. In questo ambito, purtroppo, i verbali non forniscono delle indicazioni puntuali sulla tempistica del prossimo rialzo, ma viene comunque affermato, con un consenso generale, che l’evoluzione delle condizioni economiche dovrebbe svilupparsi in modo da richiedere aumenti graduali dei tassi. Torneremo su questo nelle nostre conclusioni, tra qualche riga.

Intanto, ricordiamo come diversi membri abbiano ritenuto come un rialzo dei tassi sarebbe opportuno “relativamente presto”. La decisione di attendere a settembre appare un segnale di pausa di breve termine, in un contesto in cui continuano a essere sovrani i dati macro in uscita, nella determinazione delle prossime mosse. Tra le discussioni riportate dai verbali, alcuni partecipanti richiamano il problema reputazionale, ossia il fatto che il Comitato rischiava di perdere credibilità non alzando i tassi, a fronte di condizioni in linea con quello che il FOMC stesso aveva indicato necessario e sufficiente per una mossa.

Nel complesso, il messaggio delle minute sembra sostenere la tesi di un rialzo in tempi brevi per i fed funds, e comunque entro la fine dell’anno. A questo punto, le occasioni sono due. Da una parte il meeting di novembre, e dall’altro quello di dicembre. A nostro giudizio, è bene escludere quello degli inizi di novembre, poichè evidentemente troppo vicino all’appuntamento elettorale: tradizionalmente il FOMC ha sempre preferito evitare che vi possano essere delle sovrapposizioni di “interessi” e di clamore tra le proprie scelte e gli appuntamenti elettorali, utilizzando la sessione a ridosso delle elezioni come una sorta di “transizione” verso il meeting successivo. Riteniamo molto probabile che lo stesso atteggiamento vada ad essere replicato nell’appuntamento del prossimo mese e, nella consapevolezza che il tenore dei dati deve comunque rimanere positivo per poter supportare la decisione di rialzare i tassi, la tanto agognata scelta di rincarare il costo del denaro dovrebbe finalmente aversi a dicembre.

Gli altri dati dall’Asia e dall’Europa

Oltre che sui verbali FOMC, la giornata è stata oggetto di attenzioni anche dall’Asia e dall’Europa. In particolar modo, dal continente orientale sono giunte alcune informazioni contrastanti dalla Cina, dove evidente è la delusione in riferimento ai dati relativi al commercio internazionale in settembre, con l’avanzo della bilancia commerciale che registra una marcata riduzione da 52 miliardi di dollari a 42 miliardi di dollari. In termini percentuali le esportazioni cumulano una flessione pari al 10 per cento su base annua in settembre dopo il più modesto calo di -2,8 punti percentuali su base annua visto in agosto, e segnano così una variazione ben più ampia delle attese (-3,3 per cento anno su anno). Negative anche le importazioni, che risultano in calo di -1,9 per cento su base annua in settembre dopo il +1,5 per cento anno su anno di agosto. Nel complesso i dati appaiono in contrasto con i recenti segnali di stabilizzazione per l’economia cinese.

Infine, un breve spunto dall’Europa, dove l’appuntamento principale è stato l’aggiornamento dei dati di inflazione della Germania. Per il momento, le stime finali per il mese di settembre sono viste in recupero di 0,5 punti percentuali anno su anno, secondo la misura armonizzata. I prezzi al consumo segnano tuttavia una condizione di stagnazione con riferimento alla variazione su base mensile che, seppur in recupero da -0,1 punti percentuali mese su mese, non va oltre lo 0 per cento mese su mese a settembre. Buona parte dell’accelerazione è inoltre imputabile a effetti base favorevoli e non a una significativa ripresa per la dinamica dell’inflazione sottostante.

ottobre 13, 2016

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roberto


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