Trump può essere un problema per il dollaro?
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Trump può essere un problema per il dollaro?

Trump può rappresentare un problema per il dollaro? La risposta è… “si”. E per averne un sentore, sia stato sufficiente osservare quanto accaduto nel corso degli ultimi giorni, quando il neo presidente statunitense ha dovuto incassare una severa sconfitta politica nella nota vicenda della riforma sanitaria che avrebbe dovuto abbattere l’Obamacare, sostituendolo con il nuovo (American Health Care Act).

Un ritiro doloroso

Compiamo un piccolo passo indietro. Giovedì, alla conta dei voti repubblicani, il presidente della Camera Ryan si è reso conto che i numeri non erano sufficienti per poter arrivare al compimento dei piani desiderati. Il voto è stato dunque rinviato al successivo giorno, ma anche venerdì la conclusione è stata la medesima… e perfino più dolorosa: Ryan ha infatti dovuto stralciare l’AHCA dall’agenda di voto in aula quando ormai era chiaro che, nonostante gli ultimatum, mancavano tra i 10 e i 15 voti per il passaggio della legge.

Ad ogni modo, anche se gli analisti puntavano ancora, come scenario centrale, all’approvazione dell’act di Trump, i mercati finanziari già da diversi giorni stavano scontando uno scenario “laterale” che, con il passare del tempo, ha rapidamente guadagnato terreno fino a divenire una sgradita realtà, almeno per i repubblicani.

Nessun ritorno dell’AHCA?

Peraltro, subito dopo l’abbandono dall’agenda di voto del provvedimento che avrebbe dovuto affossare l’Obamacare, sia Ryan che Trump hanno dovuto ammettere che a questo punto la sanità esce dall’attuale agenda politica e che la sanità rimarrà regolata dall’Affordable Care Act (ACA) della precedente amministrazione. Si volta dunque pagina, e si cerca di spostare il focus sulla riforma tributaria.

Il tutto, naturalmente, non senza ripercussioni. Proviamo a riassumerle.

La prima è certamente legata al fatto che per il momento il dossier sulla sanità sembra essere chiuso. Il che significa, altresì, che per questo frangente temporale Trump non sembra essere intenzionato a rivedere i propri piani di revisione dell’Obamacare come invece qualcuno aveva ipotizzato: nessuna negoziazione alla luce del sole con la parte repubblicana “ribelle”, bensì l’apparente accantonamento di qualsiasi progetto in materia. Se tale scenario durerà o meno sarà il tempo a dirlo, ma quel che conta è, ai fini della consueta retorica comunicativa, l’abbandono dei propri piani in tal senso.

La seconda è che la chiusura fallimentare del capitolo sanità ha un’implicazione fortemente negativa non solamente per Trump, quanto anche per la gestione del congresso da parte di Ryan. Probabilmente, la strategia che è stata adottata per abrogare e sostituire l’ACA ha rivelato una profonda sottovalutazione da parte dell’amministrazione e, probabilmente, anche una sopravalutazione delle capacità di Ryan nel compattare un partito repubblicano ben più frazionato delle attese. Insomma, trovare un compromesso in tempi così rapidi non era facile, e non è stato sufficiente cercare di raccogliersi intorno al consenso del presidente per poter generare l’accordo.

La terza è che il partito repubblicano non esce dalla vicenda in maniera costruttiva, anzi. Risulta essere sempre più evidente come il partito sia rappresentato da anime ideologiche molto lontane fra loro, abituate da tanti anni a stare più all’opposizione che al governo.

Trump perde credibilità

Naturalmente, la conseguenza più grave di tutte è che la strategia di Trump di mantenere aperti diversi tavoli su temi importanti, allo scopo di avere il maggior numero di risultati positivi nel minore tempo, sta generando l’effetto opposto: i risultati negativi si stanno accumulando (gestione dell’immigrazione, rapporti con i media, riforma sanitaria, ecc.) e la credibilità del presidente e la sua capacità di spingere i voti verso un accordo stanno già crollando.

Le prossime sfide

Purtroppo per lui, a nuocere a Trump è il fatto che in agenda ci sono degli appuntamenti molto difficili e piuttosto complessi. Si inizia con la necessità di trovare un accordo su una legge di spesa per finanziare le uscite del resto dell’anno fiscale (con la legge attuale che è in scadenza il 28 aprile), passando poi per la tanto ambita e desiderata apertura dei negoziati sulla riforma tributaria, per poi giungere alla discussione sul limite del debito e ancora all’apertura di un programma di spesa infrastrutturale. Tanti temi, molto diversi gli uni dagli altri, da affrontare quasi contemporaneamente. E il fatto che a condurre le danze siano il presidente e il leader della Camera profondamente ridimensionati da quanto accaduto sul fronte sanitario, non aiuta.

Quali sono, dunque, i rischi?

I pericoli che vediamo più probabili sono rappresentati dalla delusione che il mercato sta iniziando a scontare. In particolar modo, è possibile che la luna di miele con Trump sia già finita, e che i piani rivoluzionari del nuovo presidente altro non siano che un tentativo di limare l’attuale scenario: la riforma tributaria potrebbe dunque tradursi a una mera riduzione di una parte delle imposte, invece di essere quel drastico ribaltone che aveva annunciato.

Ancora prima, c’è un elemento che non sfuggirà ai più attenti. Visto e considerato che abbiamo parlato di riforma tributaria, c’è da notare che la mancata abrogazione dell’ACA ha sottratto risorse da utilizzare in compensazione con la riforma tributaria: l’abbattimento dell’Obamacare avrebbe determinato il liberarsi di risorse finanziarie da utilizzarsi per poter ridurre le imposte, in una misura stimata in 900 miliardi di dollari in dieci anni. Gli spazi di manovra per la riforma tributaria sarebbero stati maggiori rispetto a quelli nei quali dovrà muoversi Trump. A ricordarlo è d’altronde stato lo stesso Ryan, che ha affermato che “ora la riforma tributaria è più difficile, ma non è in alcun modo impossibile”.

Dollaro verso nuove debolezze?

A questo punto, si può dare uno sguardo anche a quello che accadrà sul mercato valutario, considerando che è molto probabile che tale incertezze andrà a gravare negativamente proprio sul dollaro statunitense. L’impressione è infatti che stia montando sul mercato l’idea che le politiche di Trump andranno a generare minori impatti del previsto, e che gli esiti saranno molto variabili. Un simile contesto di aleatorietà inficia la stabilità del dollaro e, di conseguenza, i suoi rapporti con euro, sterlina e yen. Valute che, peraltro, tutto stanno facendo tranne rincorrere condizioni di apprezzamento (eccezion fatta, forse e in parte, per la sterlina).

marzo 28, 2017

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roberto


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