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Al via la Cooperative Compliance: sistema che piacerà alle multinazionali

Nasce, anche in Italia, la Cooperative Compliance, sistema di controllo fiscale che è attualmente in vigore in molti stati del mondo e che mancava dal panorama nazionale. Il patto è stato, per il momento, siglato con la società dolciaria più famosa del paese, la Ferrero Spa e si propone di sanare una materia che molti intendono come problematica: il controllo fiscale italiano sulle sue aziende.

Tanti sono, infatti, i commenti e le classifiche internazionali che dimostrano come l’Italia sia lacunosa dal punto di vista del controllo fiscale e quanto questa peculiarità renda lo stato incerto di fronte agli investitori esteri e nazionali. L’incertezza nei controlli è, infatti, una prerogativa tutta italiana, quindi la Cooperative Compliance si propone di porre fine a questa percezione diffusa e di rilanciare il paese dal punto di vita della serietà e degli accordi fra stato e azienda che possono alleggerire il carico fiscale ma, al contempo, apportare la chiarezza che è da sempre mancata nel corso dei decenni.

Ferrero si è vista consegnare la Tessera 1 del progetto, quindi si tratta della prima grande azienda che si rivela essere pronta a ricevere il fisco in casa, in cambio di un dialogo con lo stesso e con l’impossibilità di rimangiarsi quanto è stato stabilito. Se il fisco decide che le ‘cose sono apposto’ non può infatti tornare indietro nelle sue decisioni. Questa caratteristica della Cooperative Compliance piace sicuramente alle grandi aziende, che possono rasserenarsi e non mettere da parte denari o fondi in previsione di controlli o di ripensamenti che potrebbero portare a multe o sanzioni nel corso degli anni.

La Cooperative Compliance si basa essenzialmente sul dialogo, e in pratica, si tratta di un sistema di accordo che viene fatto a priori con le aziende. Dialogare prima invece che litigare dopo: questo è lo scopo di un’ingerenza del fisco nelle aziende che si propone di controllare e di stabilire il dovuto, ma anche di mettere fine all’evasione e di conoscere realmente quali possono essere gli introiti fiscali che lo stato può ottenere dalle sue fiorenti aziende. Fiorenti, perché la Cooperative Compliance può essere applicata alle aziende che vantano ricavi o guadagni non inferiori ai 10 miliardi di euro, quindi si tratta delle società big del paese e delle multinazionali. La mossa si avvicina alla politica fiscale portata avanti dai paesi OCSE, che da tempo impiegano questo metodo per chiarire i dubbi fiscali, fissare le procedure e gli importi, quindi chiudere la questione con estrema chiarezza, senza una spada di Damocle di leggi che variano e di controlli che possono apportare sanzioni fiscali salate nel futuro.

Il caso Ferrero

L’ammissione di Ferrero si propone come il primo tassello di un progetto di ampio respiro e ora l’azienda dolciaria e le sue controllate italiane sono invitate ad eseguire il test per la procedura di ammissione. Nella realtà, non cambia nulla per la holding che ha sede in Lussemburgo Ferrero International, perché l’accordo interessa solo ed esclusivamente il fisco italiano e guarda, a conti fatti, al 15% del fatturato aziendale complessivo. Ferrero paga, infatti, le tasse in ogni paese dove è operativa in base alle vendite.

I rumors legati al settore dell’economia hanno ipotizzato che l’adesione volontaria al programma di Cooperative Compliance sia un altro cambiamento effettuato dopo la scomparsa del patron Michele Ferrero, e che l’obiettivo ultimo sia la vendita dell’azienda, un’ipotesi che non è mai stata confermata ma nemmeno smentita dai diretti interessati. Nel corso del 2016, la società aveva ristrutturato le sue file per riconoscere quali erano gli ambiti a minore redditività e produttività, considerando che solo in Italia Ferrero aveva notato dei preoccupanti cali arginati a conclusione dello scorso esercizio commerciale. Uno scoglio e un argomento in cui la società si è impegnata fortemente è stata la contro battaglia culturale sull’olio di palma, ingrediente che la società ha ammesso di usare nella sua produzione di Nutella, la crema spalmabile che detiene praticamente il monopolio delle creme spalmabili nel paese con l’80% di mercato acquisito. A causa del polverone sollevato sull’uso dell’olio di palma, considerato un riempitivo inutile e potenzialmente pericoloso per la salute umana, Ferrero ha ammesso di usarlo nella preparazione dei suoi prodotti, ma di approvvigionarsi da culture controllate, che danno lavoro a certi paesi ‘sfortunati’ del mondo, dove la filiera è sana e super controllata anche dal punto di vista etico e ambientale.

Si è trattata di una scelta molto interessante, controcorrente perché molte sono state le società competitors che hanno scelto di abbandonare l’olio di palma e di concentrarsi su ingredienti più salubri e meno sospetti. La posizione di Ferrero si è dimostrata vincente, perché le vendite sono fortemente salite nel corso del 2016 e hanno arginato delle prospettive cupe registrate verso la metà dell’esercizio commerciale.

Cooperative Compliance: scopi e prospettive

L’adesione alla Cooperative Compliance si propone, quindi, di apportare benefici in termini di immagini alla società e, secondo l’Agenzia delle Entrate, questo istituto si propone di instaurare un rapporto di fiducia tra Amministrazione e contribuente e di aumentare nel corso del tempo il livello di certezza sulle questioni fiscali più rilevanti.

Prevenire è meglio che curare quindi, soprattutto se i denari in ballo sono molti. L’istituto prevede, infatti, che l’adesione spetti alle imprese che dimostrano un volume di affari o di ricavi non inferiore ai dieci miliardi di euro ma, al contempo, di un miliardo per tutte le imprese che hanno scelto di aderire al tempo al Progetto Pilota che era stato avviato dall’Agenzia delle Entrate nel 2013. I tratti positivi di questo accordo, ampiamente sfruttato in tutti i paesi Ocse, si basano ovviamente sul controllo preventivo, che permette allo stato di conoscere l’ammontare della tassazione e di verificare che le procedure fiscali vengano eseguite con modalità corretta.

Viceversa, le imprese di grandi dimensioni possono contare su un ‘semaforo verde‘, perché la Cooperative Compliance non può rimangiarsi la parola data e se, una cifra è stata stabilita, quella deve essere, senza ripensamenti o controlli di sorta. La base di tutto va quindi ricercata sulla chiarezza e sul dialogo, presupposti che possono da un lato permettere alle aziende di contare su un fisco che dialoga e che si propone preciso nelle intenzioni fin da subito. D’altro canto, il prestigio e il riconoscimento dell’Italia come uno stato impegnato nella buona fiscalità può aumentare e, di riflesso, far salire, anche la fiducia degli investitori esteri, che potrebbero da oggi percepire l’Italia come un paese impegnato sul controllo generale della fiscalità.

gennaio 14, 2017

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valeria


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