Investimenti

Azioni 2017: conviene puntare su MPS e sulle banche italiane?

Negli ultimi giorni abbiamo seguito con particolare vicinanza le vicende di Monte dei Paschi di Siena, alle prese con una difficile opera di rafforzamento patrimoniale. L’evoluzione della complessa strada societaria sembra ora essere giunta a un ultimo, estremo tentativo per poter tentare una ricapitalizzazione fruendo delle sole risorse private: l’istituto di credito toscano ha infatti riaperto, con il benestare della Consob, l’offerta di scambio in azioni su circa 4,5 miliardi di euro di bond subordinati, detenuti da investitori istituzionali e retail. Il prezzo non è stato ancora definito ma oscillerà tra un minimo di 1 euro e un massimo di 24,5 euro per azione.

Investire su MPS: i prossimi giorni saranno (ancora!) cruciali

L’obiettivo dell’istituto di credito senese è quello di raccogliere 4 miliardi di euro, da sommare al miliardo già incassato dalla tranche di Liability Management Exercise (LME) chiusa venerdì 2 dicembre. Se il rafforzamento patrimoniale non dovesse andare in porto – come peraltro molti analisti ritengono probabile – lo swap bond-azioni decadrebbe automaticamente.

A questo punto, il fallimento del piano di estremo salvataggio con risorse private non potrebbe far altro che aprire la strada a un alternativo salvataggio pubblico, di cui al momento non si conoscono però le caratteristiche: ipotizzabile, comunque, che possa comportare la conversione forzosa di obbligazioni subordinate per consentire una residuale ricapitalizzazione pubblica. Come avevamo anticipato qualche giorno fa, in via preventiva il Governo italiano ha chiesto al Parlamento l’autorizzazione a modificare i saldi di bilancio con un ulteriore indebitamento fino a un massimo di 20 miliardi di euro per assicurare eventuali interventi sul capitale delle banche in difficoltà e sulla liquidità.

Investire nelle banche: attenzione alle sorprese positive

Ampliando l’analisi, il settore bancario potrebbe rappresentare un comparto dal quale poter trarre una moderata soddisfazione. Ricordiamo infatti che tale settore ha recuperato più del 20 per cento nel corso dell’ultimo trimestre, e ha avuto modo di compiere una positiva accelerazione nelle ultime settimane, compensando però solo in parte la flessione da inizio anno.

Nonostante ciò, il settore bancario sta ancora trattando a multipli contenuti (0,5x il patrimonio netto tangibile) rispetto alla media europea e rispetto alla media storica. Lo scenario potrebbe infatti essere influenzato soprattutto dall’evidenza di alcune questioni irrisolte: tra queste, la principale riguarda la gestione dei crediti in sofferenza, per la quale ancora non è stata individuata una soluzione di sistema, e che rischiano di limitare i possibili upside legati alla futura ripresa dei tassi d’interesse. Anche se i dati pubblicati da Banca d’Italia per il mese di ottobre mostrano un rallentamento della crescita dei prestiti in sofferenza, questi rimangono su valori elevati e pari a 85,47 miliardi di euro netti e 198,6 miliardi di euro lordi. Il tasso di variazione delle sofferenze nette sui dodici mesi è
stato negativo (-1,0 per cento, contro il -1,7 per cento di settembre).

Ancora, l’analisi condotta sulla base dello SREP1, il processo della BCE che ogni anno monitora lo stato di salute delle banche in termini di requisiti patrimoniali e di gestione dei rischi, ha diramato un esito sostanzialmente positivo per i principali istituti di credito italiani, che hanno pubblicato le richieste di patrimonializzazione minima avanzate dalla BCE per il 2017 e presentato livelli di CET 1 ratio ampiamente sopra le soglie minime imposte da Francoforte, che sono diverse per singolo istituto di credito.

Unicredit lancia il nuovo piano industriale

Nel settore in questione, chiudiamo con un breve cenno su Unicredit, che ha illustrato un piano industriale 2016-19, che prevede un aumento di capitale da 13 miliardi di euro e una aggiunta di 6.500 esuberi a quelli già previsti dal vecchio piano per una riduzione complessiva dei dipendenti di 14.000 unità entro il 2019, di cui oltre la metà in Italia. L’obiettivo del piano, Transform 2019, è quello di giungere a un CET1 nel 2019 sopra il 12,5 per cento, un utile netto di 4,7 miliardi di euro e una crescita media annua dello 0,6 per cento dei ricavi.

L’operazione di ricapitalizzazione sarà al vaglio dell’Assemblea convocata per il 12 gennaio e sarà poi implementata nel primo trimestre. Intanto, è già stata definita la cessione di Pekao e di Pioneer Investments che, insieme ad altre operazioni dei mesi scorsi, portano nelle casse del Gruppo oltre 8 miliardi di euro. Per effetto delle cessioni l’utile netto pro-forma dei primi nove mesi 2016 si riduce a 1,4 miliardi di euro da 1,8 miliardi di euro, e il CET1 fully loaded passa al 12,5 per cento dal 10,8 per cento. I numeri del piano vedono risparmi annui ricorrenti per 1,7 miliardi di euro dal 2019 e un cost/income ratio sotto il 52 per cento, e una politica di distribuzione di dividendi cash tra il 20 per cento e il 50 per cento. Il 2016 invece sarà gravato da poste straordinarie negative per 12,2 miliardi di euro, di cui 8,1 miliardi di euro di rettifiche su crediti e il resto di rettifiche su partecipazioni e altre svalutazioni, e quindi non ci sarà la distribuzione di un dividendo.

Sull'autore

Roberto Rossi

Perito Informatico ma appassionato del trading online con i CFD. Mi occupo di stesura articoli sul trading online, CFD e forex.

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