BCE: tutte le decisioni della riunione di ieri
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BCE: tutte le decisioni della riunione di ieri

Come ampiamente atteso, la Banca Centrale Europea ha scelto di “non” decidere, lasciando la propria politica monetaria invariata. Ufficialmente, il Consiglio dichiara di non aver nemmeno discusso cosa fare dopo marzo 2017, ovvero dopo il termine dell’attuale piano di quantitative easing, limitandosi invece a prendere atto del lavoro svolto sinora dai comitati tecnici e a richiedere ulteriori approfondimenti ai propri staff, per poter poi arrivare a una decisione di maggiore consapevolezza nel corso del mese di dicembre.

Tutto rimandato a dicembre

Insomma, a giudicare dalle parole a margine dell’incontro di ieri, è emerso che tutto è stato rinviato al mese di dicembre e che, se è vero che per il momento non si è discusso (ma sarà vero?) della proroga del quantitative easing dopo marzo 2017, sembra essere altrettanto vero che non vi sia alcuna fine improvvisa degli acquisti, come invece qualcuno aveva frettolosamente paventato dopo aver letto i rumors delle scorse settimane, peraltro smentiti.

Dunque, formalmente la Banca Centrale Europea ha preferito attendere le nuove stime dello staff, che a dicembre includeranno anche il 2019, e non più solo il prossimo biennio 2017-2018. Per ora la valutazione del ciclo è confermata: la ripresa procede ad un ritmo moderato ma stabile; l’inflazione è salita di due decimi e nei prossimi mesi continuerà a crescere, alimentata da un effetto base favorevole. Tuttavia, non mancano certamente i rischi verso il basso sulle stime di crescita, e Draghi ha ripetuto che non si riscontrano pressioni verso l’alto sulla dinamica dei prezzi interni. Alla luce dello scenario sopra delineato emerge quindi che la BCE conferma di voler mantenere le attuali condizioni finanziarie ultra-accomodanti per garantire un ritorno duraturo dell’inflazione verso il target.

Draghi (ancora) troppo prudente?

Nella sua consueta retorica comunicativa tendenzialmente rassicurante, il numero 1 dell’Eurotower non si è poi voluto sbilanciare sull’atteggiamento del Comitato: Draghi non ha infatti risposto alle domande su che cosa sia più rilevante per le condizioni finanziarie, se il flusso di acquisti o lo stock di titoli in portafoglio. La percezione che è stata determinata dalle impressioni degli analisti è che il Consiglio direttivo sia piuttosto diviso sui passi futuri, e che il rinvio all’opinione dei comitati tecnici rappresenti un escamotage per guadagnare tempo. Difficile credere che il Consiglio non abbia chiare le opzioni tecniche per continuare gli acquisti, o che da qui a dicembre il quadro economico venga miracolosamente chiarito. Se pure i dati macro economici dovessero migliorare, i rischi per la crescita rimarrebbero comunque verso il basso: all’orizzonte si profilano l’aggiustamento dei flussi commerciali alla svalutazione della sterlina, un fitto calendario elettorale e le incertezze sulla situazione economica cinese. Un mix davvero notevole, che costituisce una sorta di campo minato che legittima le prese di posizioni ultra-caute della Banca.

In linea di massima, estendere il programma ai ritmi attuali ancora per sei mesi (dunque, da marzo 2017 a settembre 2017) avrebbe sicuramente più benefici, per le condizioni finanziarie, stabilità dell’area, che costi, in termini di surriscaldamento dell’economia e dinamica inflazionistica. Oltretutto un periodo di inflazione al di sopra del target sarebbe più che giustificato dopo anni significativamente al di sotto, e questa è la strada che hanno scelto, ragionevolmente, altre banche centrali.

Tuttavia, non è detto che la BCE possa scegliere agevolmente questo percorso, visto e considerato che le sue scelte sono, come è noto, complicate dall’impostazione monetarista che, nonostante tutto, continua a permeare le opinioni del fronte tedesco nel Consiglio. Per un’estensione degli acquisti, in particolare di titoli governativi, ai ritmi attuali, sarebbe necessario eliminare il limite di rendimento, ma non solo: andrebbe infatti anche modificato il limite di detenzione di una singola emissione e/o ripensata la regola degli acquisti in base alle quote capitale. Alzare il limite di detenzione per singola emissione potrebbe non scontrarsi con particolari ostacoli ideologici, ma spingerebbe i rendimenti del debito tedesco su livelli ancor più negativi. Ripensare la regola delle quote capitale sarebbe meno distorsivo e renderebbe più credibile la promessa di reagire ad eventuali nuovi scostamenti dall’obiettivo di inflazione. Insomma, appare fin troppo evidente come il dibattito non sia affatto semplice e non è certo aiutato dalla risalita dell’inflazione.

Ma cosa farà la BCE a dicembre?

Anche se è prematuro parlarne, e se torneremo sull’argomento nel corso delle prossime settimane, se non cambieranno ulteriormente le carte in tavola probabilmente il Consiglio concorderà un’estensione del piano di quantitative easing fino a settembre 2017 (o almeno fino a giugno 2017), accompagnando tale valutazione con un compromesso che potrebbe implicare non un tapering, ma comunque meno acquisti di titoli di stato rispetto ad oggi. Ancora una volta, Draghi ha difeso la politica di tassi negativi. L’indagine sul credito di ottobre aveva segnalato che le banche hanno superato la soglia di tolleranza e che la profittabilità ne è negativamente influenzata. Tuttavia, la BCE ritiene ancora che migliorando la trasmissione della politica monetaria ai tassi creditizi e volume d’impieghi gli effetti netti siano positivi. Altri banchieri centrali europei negli ultimi giorni, come Dombret, hanno reagito alle critiche del sistema finanziario avvisando che il cambiamento è strutturale e che il sistema deve adattarvisi.

BCE e Fed sempre più lontane

Se nel mese di dicembre dovessero realmente concretizzarsi i piani sopra ipotizzati, significherebbe condurre la BCE su una strada evidentemente molto diversa da quella che nello stesso mese traccerà la Federal Reserve americana, la quale nel mese di novembre punterà a tenere fermi i tassi di interesse di riferimento, per poi portarli in rialzo proprio nell’ultima occasione dell’anno, presumibilmente per un ritmo pari a 25 punti base. Da quel momento in poi è molto probabile che l’istituto di Yellen attui un periodo di attesa molto vigile, della durata di almeno 3 o 6 mesi, prima di poter procedere a una mossa nella stessa direzione, che sembra oramai a senso unico…

ottobre 21, 2016

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roberto


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