Brexit, May spinge verso uscita “hard”
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Brexit, May spinge verso uscita “hard”

Dopo qualche giorno dedicato a quel che è accaduto in area BCE, con una prima riunione dell’anno che è andata in archivio senza grandi sorprese, torniamo a occuparci della sterlina e, in particolar modo, di quello che è accaduto dopo l’atteso discorso del primo ministro Theresa May, che ha formulato alcune precise linee guida sul comportamento che l’esecutivo terrà nei confronti della Brexit. Toni duri e chiari, che tuttavia non hanno penalizzato la sterlina, che al contrario si è apprezzata nelle ore successive ai comunicati, recuperando terreno sia nei confronti del dollaro statunitense, sia nei confronti dell’euro.

Cosa ha detto May

Al fine di comprendere che cosa sia accaduto, e anche per quali motivi la sterlina sembra aver tratto iniziale giovamento dalle affermazioni di May, cerchiamo di riepilogare quali sono state le affermazioni del primo ministro britannico. La quale, ben inteso, ha affermato (forse, non senza qualche dispiacere di fondo) che l’accordo finale con l’Unione Europea sarà sottoposto al voto del parlamento, anche se il parlamento stesso sembra essere senza poteri (o quasi) durante l’intero iter delle negoziazioni. Una simile apertura alla votazione finale da parte parlamentare ha probabilmente contribuito a evitare la temuta correzione della sterlina britannica in caso di toni duri nelle dichiarazioni, che effettivamente ci sono stati. May ha infatti comunicato di voler uscire dal mercato unico europeo, essendo questa una condizione necessaria (non l’unica, in verità) per poter ripristinare la piena sovranità, innanzitutto in tema di controllo dell’immigrazione.

Naturalmente, l’uscita dal mercato unico europeo non corrisponde alla volontà di rompere i rapporti con l’Unione Europea (anzi). May ha infatti argomentato che in sostituzione al “tradizionale” accesso al mercato unico, il Regno Unito proporrà una nuova intesa con l’UE, strutturata come una sorta di accordo di libero scambio dalle condizioni ancora da personalizzare (e probabilmente con qualche difficoltà). Oltre alla possibilità di tornare a disporre di una piena sovranità nei confronti del tema del controllo dell’immigrazione, un altro beneficio che la May desidera godere in seguito all’uscita dal mercato unico è infatti proprio la possibilità di negoziare con maggiore libertà gli accordi commerciali, guardando con più dedizione ai Paesi non-UE: non è certamente un caso che negli ultimi giorni Trump si sia espresso in favore di un nuovo accordo tra Regno Unito e USA, e che lo stesso neo presidente statunitense abbia espresso soddisfazione nei confronti della Brexit (in questo dimostrando ancora – caso mai ve ne fosse bisogno – una totale discontinuità con l’amministrazione Obama, che invece si era spesa esplicitamente in senso contrario, anche in piena campagna referendaria).

Insomma, May è stata dura e chiara, ma nello stesso tempo ha voluto stringere la mano all’Unione Europea, ricordando che in fondo l’uscita dal mercato unico europeo non equivale a una rottura dei rapporti tra Regno Unito e UE, quanto piuttosto una possibilità per poter ridefinire gli stessi in modo migliore e più costruttivo per entrambe le parti. Il processo formale di uscita dall’Unione prenderà inizio nel corso del mese di marzo.

Perché la sterlina ha tratto vantaggio dalle dichiarazioni di May?

Contrariamente a quanto si attendeva qualche analista, nelle ore successive alle dichiarazioni del primo ministro non solo la sterlina non ha perso terreno, ma ha guadagnato posizioni contro euro e dollaro statunitense. Ma per quale motivo si è verificato questo scenario evolutivo?

Le ragioni alla base di tale comportamento della valuta britannica sembrano essere numerose, ma possiamo comunque provare a riassumere le principali, cominciando dal fatto che la May – nonostante toni che sopra abbiamo definito chiari e duri – ha comunque assicurato e rassicurato che l’intesa finale con l’Unione Europea verrà regolarmente sottoposta al voto del parlamento. Una prospettiva che dunque aumenta indirettamente le possibilità di andare incontro a condizioni di uscita ragionevoli nell’interesse economico delle parti. Il parlamento, anche se difficilmente potrà votare contro l’intesa, riuscirà probabilmente a ponderare le posizioni più estreme che il governo sta cullando, con una opera di mediazione di fondo.

In secondo luogo, affermando in maniera esplicita l’intenzione di abbandonare il mercato unico e di voler ripristinare la piena sovranità, soprattutto per quanto concerne il tema del controllo dell’immigrazione, May ha sgombrato il campo dall’incertezza sugli obiettivi e sulle proprie priorità: spesso avere la consapevolezza delle finalità – per quanto non gradite a ben più di qualche osservatore – si rivela essere una chiave più vincente rispetto all’aleatorietà degli intenti.

Infine, May ha spiegato che l’alternativa al mercato unico sarà rappresentata dal tentativo di cercare un accordo di libero scambio con l’Unione Europea, da personalizzare – immaginiamo – su misura delle necessità del Regno Unito e pertanto nel maggior interesse possibile dell’economia interna. Il messaggio implicito di quanto sopra è: uscire dal mercato unico europeo non avrà forti ripercussioni sull’economia britannica, poiché vi è fiducia sulla possibilità di disegnare un accordo che non solo possa essere sufficiente a mantenere i vantaggi del mercato unico, ma nel contempo sia in grado di offrire la possibilità di siglare nuovi più vantaggiosi accordi con altre economie extra UE. Il tutto, almeno, sul campo teorico: quello pratico potrebbe essere un po’ più complesso da formulare, ma la premessa è per lo meno incoraggiante.

Alla luce di quanto sopra, è probabile che gli effetti positivi che derivano dal discorso del primo ministro britannico siano abbastanza consolidabili nel tempo, rendendo la valuta più forte contro le principali controparti. Per quanto intuibile, rimangono evidenti i rischi verso il basso, considerato che il fatto che il governo britannico si stia impegnando a raggiungere la migliore intesa possibile con l’Unione Europea non assicura che un simile accordo venga effettivamente raggiunto. Inoltre, immaginiamo che le negoziazioni saranno molto ardue e aspre, con conseguente altalena degli umori del mercato.

Concludendo con un breve aggiornamento sui dati macro, ricordiamo che ieri l’inflazione è salita più del previsto, passando dall’1,2% all’1,6%, e ribadendo dunque che i rischi sono verso l’alto. Il pregiudizio di un’inflazione che cresce troppo rapidamente rispetto al desiderato potrebbe comunque essere ridotto almeno in parte se i salari dovessero riprendere stabilmente a salire. Ne consegue che nei prossimi mesi il focus degli analisti sarà sul mercato del lavoro…

gennaio 20, 2017

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roberto


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