Mercati

Elezioni USA, i mercati contengono la volatilità

La sorpresa della vittoria elettorale di Donald Trump e la maggioranza repubblicana al Congresso (con conseguente mandato “pieno”) ha portato immediata volatilità sui mercati, ma è ben evidente come gran parte dei movimenti inziali siano prontamente rientrati nella stessa giornata nella quale è stato reso ufficiale l’esito elettorale, e in quella successiva. Ma in che modo si può interpretare l’esito di queste elezioni? E cosa è lecito attendersi ora?

La posizione di Trump

L’esito delle elezioni presidenziali USA avrà effetti radicalmente differenti sui due fronti che negli ultimi giorni abbiamo già avuto modo di accennare, quello domestico (USA) e quello internazionale. Il tutto, peraltro, nella consapevolezza che occorrerà valutare gli effetti sulla base della particolare visione di Trump, certamente non identica a quella dell’establishment repubblicano: nella sua campagna elettorale Trump ha infatti promesso una politica fiscale espansiva con scarsa attenzione alle conseguenze su deficit e debito, mentre in politica estera ha dato finora indicazioni fortemente protezionistiche.

Sulla base di quanto sopra, peraltro, i mercati si stanno muovendo con diversa incisività. A livello nazionale stanno infatti evidentemente scontando la vittoria repubblicana come un segnale di politica fiscale espansiva (Trump ha promesso tasse più basse per imprese e famiglie al fine di rilanciare l’economia, e un incremento della spesa pubblica, soprattutto per i lavori nelle infrastrutture), accompagnata da una minore regolamentazione (principalmente, nel mondo delle istituzioni finanziarie e per l’ambiente). Le implicazioni sono quelle tipiche in qualsiasi modello economico: si dovrebbe verificare una maggiore crescita nominale nel breve termine (prezzi e quantità), insieme a deficit più ampi, con conseguente incremento della spinta sui mercati azionari e affievolimento di quelli obbligazionari (con rendimenti più alti). In tal proposito, le previsioni sono poco controverse: il mercato sconta, con buone ragioni, la tendenza verso maggiore stimolo fiscale con probabilità elevata, anche se la dimensione dello stimolo sarà poi controbilanciata da posizioni più caute in Congresso sull’espansione del disavanzo.

Sul fronte internazionale, vi è una evidente difficoltà nel valutare le conseguenze del voto. La posizione fortemente protezionistica di Trump dovrebbe comportare – salvo riposizionamento su soglie più “caute” e mediate dal Congresso – un aumento drastico di tariffe su Cina e Messico, un possibile abbandono dei trattati di commercio internazionale, incluso il NAFTA, e non solo. Si tratta di provvedimenti che, se confermati, dovrebbero comportare un ampio rischio per l’economia nazionale, anche se è molto possibile che le implicazioni su questo fronte siano ben più contenute di quanto promesso nei toni accesi ed eccessivi della campagna elettorale, mediante il blocco di nuovi trattati. Insomma, al di là dei proclami, e di quello forse una parte dei repubblicani vorrebbe, sembra davvero ben poco probabile una guerra commerciale aperta su tutti i fronti. Tuttavia l’incertezza è giustificata e spiega la preoccupazione dei mercati esteri.

L’avvento di Trump potrebbe esser positivo per l’economia americana?

A questo punto, ma non a totale smentita delle preoccupazioni sorte nel corso degli ultimi mesi in capo agli analisti internazionali, è dunque possibile che la media delle due componenti (quella interna e quella internazionale) della futura politica economica americana possa conferire un buono stimolo di breve periodo all’economia locale e, forse, anche per il ciclo mondiale. È molto probabile che la nuova Amministrazione e il nuovo Congresso inizino il lavoro a gennaio concentrandosi sulla riforma tributaria e non possano aprire troppi fronti sia all’interno sia sull’estero. Il prossimo passo importante saranno le nomine delle figure chiave dell’Amministrazione, che cominceranno a emergere nelle prossime settimane, oltre che i rapporti di Trump con il partito repubblicano.

Per quanto attiene i prossimi appuntamenti, il 15 novembre il partito repubblicano voterà la propria leadership e darà un segnale di come Trump intende interagire con un partito con cui ha mantenuto rapporti conflittuali durante la campagna elettorale. Su questo punto il vice-presidente Pence, ben integrato nel partito, potrà svolgere un ruolo calmierante fungendo da sostanziale “intermediario” tra la Presidenza e il partito. In particolare, sarà importante vedere se P. Ryan manterrà la leadership alla Camera, considerato che il compito di predisporre la riforma tributaria in Congresso sarà prporio sulle spalle del presidente della Camera: Ryan ha già preparato piani di riforma delle imposte nell’ultimo anno e avrebbe le competenze per sveltire il processo legislativo nel 2017.

Per quanto infine riguarda gli immediati riflessi sui mercati finanziari, quelli azionari sembrano aver in buona parte digerito lo shock iniziale, e le difficoltà sembrano essere concentrate quasi esclusivamente nella periferia europea. Il Nikkei ha recuperato la forte contrazione post-elettorale, rimbalzando congruamente e “digerendo” il positivo effetto delle dichiarazioni di Trump successive all’esito del voto. Sui mercati obbligazionari prevale la lettura reflazionistica del mandato repubblicano (presidente e Congresso allineati), mentre l’assodato incremento all’avversione al rischio collegata alle molte incertezze sul futuro della politica estera americana ha determinato un allargamento degli spread (lo spread tra il BTP a 10 anni e l’equivalente Bund si aggira ancora tra i 155 e i 160 punti base, circa 30 punti base in più rispetto a quanto non fosse un mese fa). I tassi a breve hanno segnato modeste flessioni, collegate anche a incertezza sulle prossime mosse della Fed, tenendo però in considerazione come i mercati stiano ancora scontando come scenario più probabile quello di un rialzo dei tassi dei fed funds a dicembre, per 25 punti base (grande incertezza vi è invece sulle mosse nel 2017). Sui mercati valutari, il dollaro ha ridotto le correzioni iniziali contro le principali valute e il peso messicano ha recuperato parte delle perdite iniziali. Come era ampiamente atteso, sia il franco svizzero che lo yen stanno consolidando le proprie posizioni, beneficiando del fatto che sono, a tutti gli effetti, le due valute rifugio per eccellenza, e pertanto in grado di avvantaggiarsi della maggiore volatilità ed avversione al rischio sui mercati.

Sull'autore

Roberto Rossi

Perito Informatico ma appassionato del trading online con i CFD. Mi occupo di stesura articoli sul trading online, CFD e forex.

Lascia un Commento